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Ultima

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Signora, 7 anni ci sono andato dal professore. Un lavoro enorme, ma un ottimo lavoro. 7 anni con un dolore fortissimo, poi forte, poi medio, proprio qui, dove adesso vede questa macchiolina. 7 anni a scavare, scavare, spostare, trivellare, asportare. Ci si riempivano 2/3 persone con tutto quel materiale. Una fatica che non le dico. Non ha idea della quantità di roba inutile che ci portiamo dentro. Sa cosa le dico? Buttare, buttare via. Perché poi, alla fine, guardi qua: vede qualcosa, oltre la macchiolina? Vuoto. Vuoto! Eppure vivo, perfettamente vivo. E agilissimo, anche fisicamente.
Le dico una cosa che le suonerà incomprensibile: la natura tende al minimo livello energetico. E gliene dico pure un’altra: la maggior parte del lavoro si spreca in attrito.
Mi creda, signora, ci vada. Gli elefanti sono in via di estinzione. Non è proprio più il momento di fare gli elefanti.
da “Il mio lettino piccolo”, VV. AA.

$ Factor: il Talent show come ultima umiliazione dell’arte

“Se dovessimo cercare una speciale caratteristica che distingua la nostra epoca, non saremmo lontani dal vero se dicessimo che tale caratteristica è l’incapacità di grandezza. Non c’è mai stata al mondo, crediamo, un’epoca così grama e meschina. Siamo incapaci di pensiero profondo, di emozione intensa, di azione coordinatamente superiore. Siamo gli artificiali e i provinciali di noi stessi. Non si potrebbe descrivere meglio quel che sta accadendo negli animi e nel mondo che dandogli il nome di provincializzazione dell’Europa.”
Fernando Pessoa, Il libro del genio e della follia

Dove l’arte è ridotta a mero esercizio riproduttivo di modelli calati dall’alto.
Dove l’ingegnerizzazione del prodotto artistico richiede l’implementazione di macchine umane sempre più alienate, sempre migliori nell’esecuzione, più programmabili, più settorializzate: statiche macchiette, flat characters.

Si chiama Talent show, ed è uno dei più mostruosi dispositivi biopolitici di questi ultimi anni. E’ un format televisivo grazie al quale in ogni casa arrivano forti e chiari i canoni che l’industria culturale ha stabilito per ogni suo scaffale, dal reparto dischi al banco dei libri, fino ad arrivare all’angolo gastronomia e alle frittate, pardon, omelettes.

Il funzionamento è molto semplice e – nella sua follia – lineare: l’arte viene assolutizzata, immobilizzata, deportata in mezzo ad uno studio televisivo, e gli aspiranti artisti le si avvicinano a turno per vedere chi le somiglia di più, in un paradossale scambio di posizioni dove la critica non segue più l’arte ma ontologicamente la precede.

Sulle pareti, nel frattempo, viene proiettato il solito circo emozionale: la lacrima di chi sbaglia la dose di burro nella torta; l’espressione schifata dello scrittore di successo mentre strappa il romanzo di un concorrente; l’inquadratura stretta sulla disperazione del ragazzo che viene eliminato dalla scuola di teatro. La banalizzazione dell’arte passa per la reificazione dell’emozione: l’uso coercitivo della tecnologia ci condanna alla dittatura dell’ipotalamo.

Ed è proprio nell’intimo del cervello che, oltre all’idea che l’unico modello di danza sia quello di Maria de Filippi e l’unico modo di cantare sia quello di X-Factor, si instilla anche la paura del fallimento. Trionfa chi si attiene meglio al compitino assegnato, chi viene incontro ai giudici, ai professori, al televoto, alla massa. Vince chi sacrifica la propria personalità sull’altare dell’omologazione.

Da ciò segue la distruzione di ogni possibilità di ‘genio’: ogni tensione creativa viene incanalata sui binari del fruibile, dell’orecchiabile, del monetizzabile. L’arte non avanza, i parametri rimangono sostanzialmente immobili nella palude del commercio, salvo alcune variazioni formali intorno al trend della domanda.

Il corto circuito è completo: la massa compra ciò che l’artista produce secondo i criteri dell’industria che plasma la massa. Oppure, per gli amanti della costituzione, “La sovranità artistica spetta al telespettatore, che la esercita nelle forme e nei limiti stabiliti dal format.”

La trascendenza è solo uno scomodo ricordo del passato.
Come un tavola dove mangiare, un letto dove dormire, oggi anche l’arte è finalmente orizzontale.

 “Oggi, l’estendersi dell’educazione e la costante agitazione di problemi intellettuali producono, diciamo, dieci uomini di talento per ognuno che ve n’era anticamente; per cui concludiamo che siamo superiori. Ma per ogni cinque uomini di genio che v’erano un tempo, oggi non ne produciamo alcuno. E poichè dieci talenti non fanno un genio, un’epoca di molti talenti non è, nè vale, un’epoca di un solo genio.”(ibid.)

Mi consola.

“Amo tutto di te. Le ciglia, i gomiti, le unghie dei piedi. Le braccia forti, le gambe fortissime. E poi quel carattere così protettivo, così paterno, e le tue fisse mentali un po’ buffe, le passioni così accese. Ecco, io amo tutto di te, quindi ti amo. E anche se a prima vista dovremmo dire che quest’ultima frase è del tutto falsa, perchè non siamo la mera somma delle nostre caratteristiche e blablabla, oggi risulterebbe una considerazione medievale, olistica, pesantissima.
Ti prego, amore, smettiamola con queste storielle e lasciamoci risucchiare dal brodo della contemporaneità. Costruiamo un rapporto solido, costruiamo noi stessi, ricostruiamo le nostre cellule, i nostri denti. Siamo modi della Natura, ma siamo anche i suoi ingegneri.

Tesoro, non ti cambierei per nessun altro al mondo diverso da te.

O uguale o niente.”

“Anche io ti amo. Ti amo al di là di te, e anche al di qua. Ad essere precisi, amo i 5 millimetri di epidermide che separano la tua essenza dai tuoi peli incarniti. Amo la parte dove hai quel po’ di adipe che giustifica i miei 100 chili di troppo. La parte dove c’è tua madre che mi rompe il cazzo e giustifica le corna che ti metto con tua sorella. La parte che contiene l’idea orribile che ho di te e che mi fa digerire la consapevolezza che ho di me. Essendo io il fine, certamente ti amo in quanto mezzo – e ci troviamo proprio al limite della giustificabilità. Ma il punto è che io ti amo anche in quanto luogo: sei la casa dove posso tornare ubriaco, pisciare a terra, vagare in canottiera. Da te vengo a cenare con le coppie di amici, da te porto il mare d’estate e la montagna d’inverno, le capitali europee a Capodanno.

Sei il mio luogo comune preferito.

Sei l’oggetto di tutti i miei desideri di 30 anni fa.

Sei il fiore all’occhiello della mia solitudine.”

A modest proposal

A 65 anni della nascita di Israele, è tempo di stilare un bilancio obiettivo. Sono stati 65 anni di gioia, perchè il popolo di Dio dopo migliaia di anni è riuscito a mantenere la promessa che il libro di Dio gli aveva fatto, ma sono stati anche anni pieni di dolore, attentati, scontri, guerre. E ciò che è più grave è che il progetto finale, la realizzazione della Grande Israele, è ancora in fase di stallo per la pervicace presenza degli arabi palestinesi in Cisgiordania e a Gaza.

C’è qualcosa che non ha funzionato, forse già dalla prima metà del secolo scorso, quando il sionismo iniziava la colonizzazione della Terra Santa in vista della Grande Israele. D’altronde, trattandosi di un progetto che sotto l’apparenza religiosa nascondeva una profonda volontà del mondo occidentale di espandersi in territori ancora “vergini”, sorge immediato il tentativo di paragone con la gloriosa “conquista del West” che ha portato alla realizzazione degli odierni Stati Uniti d’America. Andando perciò ad analizzare la storia d’oltreoceano, risulta evidente che – nonostante si trattasse di territori molto vasti – la pulizia etnica fu portata a termine in maniera egregia, fatta eccezione per i folkloristici gruppetti di indios che tuttora pascolano nelle riserve.

E la somiglianza dei due fenomeni coloniali, oltre agli aspetti economici e politici, è ancor più evidente sotto il profilo “motivazionale”: Jeffrey Amherst, comandante britannico, nel 1763 considerava i nativi americani “non un nemico, ma la razza più vile che abbia mai contaminato la Terra, la cui eliminazione va considerata come un atto di liberazione a vantaggio dell’umanità”; in maniera molto simile Raphael Eytan, ex-capo dell’esercito israeliano, parlò degli arabi palestinesi come “scarafaggi impazziti in una bottiglia”, e nel 2000 Ehud Barak aggiunse che erano “un cancro da curare con la chemioterapia”.

Ehud Barak e Barack Obama

Ehud Barak e Barack Obama

La domanda è quindi obbligata: cosa è mancato all’avanzata sionista nel ‘Near East’ rispetto a quella europea nel ‘Far West’?

Credo, e non è paradossale, che sia mancato un pizzico di cattiveria.

Certamente, episodi “forti” ce ne sono stati. Cito solo due esempi: il 9 aprile 1948, 6 settimane prima della proclamazione dello Stato d’Israele, l’intero villaggio di Deir Yassin venne raso al suolo insieme alle vite dei suoi 300 abitanti; nei 23 giorni a cavallo tra il 2008 e il 2009, l’esercito israeliano scatenò l’operazione Piombo Fuso contro la – sostanzialmente inerme – Striscia di Gaza, uccidendo 1434 persone e ferendone 5303, anche attraverso l’uso del fosforo bianco.

Piombo Fuso

Esplosione durante Piombo Fuso

Insomma, il rigore razziale è sempre stato affiancato da azioni materiali, eppure, a 65 anni dalla famosa Nakba, i dati parlano chiaro: in Palestina ci sono ancora 3,3 milioni di arabi, divisi tra West Bank e Gaza, ai quali vanno sommati gli 1,3 milioni di arabi israeliani.

Oltre a queste cifre, obiettivamente non possiamo negare che la situazione sia insostenibile ed imbarazzante. Non possiamo fare finta di non vedere lo stato di effettiva e piena apartheid in cui vive la popolazione palestinese. Vessazioni, umiliazioni, negazione di diritti fondamentali, sono tutti episodi all’ordine del giorno nell’intera regione sotto il controllo israeliano.

Per trovare una via d’uscita, la soluzione dei due Stati è razionalmente insostenibile, non solo perchè prevede che uno dei due Stati sia ebraico, quindi fondato su una religione (l’ebraismo), quindi confessionale, e quindi contro ogni principio democratico, ma a maggior ragione se pensiamo che lo Stato di Israele è nato appena 65 anni fa su un territorio già abitato, e le persone che in quanto ‘non-ebree’  sono state cacciate dalle loro case sono ancora in vita, rendendo di fatto inapplicabile anche la bizzarra teoria dell’ ”ognuno a casa sua fa quello che vuole”.

D’altronde, l’ipotesi di uno Stato unico binazionale, se è vero che sotto il profilo dei diritti umani sarebbe legittima e democratica perchè permetterebbe a due etnie di vivere liberamente nello stesso territorio, è in evidente contraddizione con il fondamento ideologico del sionismo, che esige la purissima ebraicità della popolazione che vuole abitare la Terra Santa.

Che fare, allora?

A questo punto del ragionamento, la mia proposta – per quanto forte e decisa – diventa una scelta quasi obbligata: annientare rapidamente la popolazione palestinese.

Le conseguenze politiche sarebbero nulle o irrilevanti, avendo la comunità internazionale già dimostrato di essere piuttosto disinteressata alle dinamiche della regione. D’altro canto, i vantaggi per il benessere di Israele sarebbero evidentemente illimitati.

Per quanto attiene alle questioni pragmatiche, da semi-incompetente dell’arte bellica posso solo dire che 4,6 milioni di persone non mi sembra un numero insormontabile. Certamente un eventuale uso delle bombe atomiche israeliane sarebbe sconsigliato, non già perchè il simpatico “segreto di Pulcinella” che ruota intorno alla loro esistenza verrebbe smascherato, ma soprattutto perchè in questo modo si andrebbe a contaminare un territorio che, facendo parte della Grande Israele, è comunque da considerarsi divino.
D’altronde il fosforo bianco ha già dato prova di grande efficacia riguardo la distruzione dei tessuti cellulari umani, e la altissima densità abitativa nei territori palestinesi faciliterebbe notevolmente l’uso di queste bombe, riducendone anche gli sprechi.

Fosforo bianco

Effetti del fosforo bianco

Tutto ciò senza considerare che la popolazione araba, una volta realizzata l’irreparabilità della situazione che si verrebbe a creare, sarebbe almeno in parte spinta a migrare altrove, allontanandosi autonomamente dal recinto divino. Possiamo stimare questa porzione in un terzo del totale, riducendosi così a 3,1 milioni il numero di arabi da sopprimere.

Considerato lo stato dell’arte, e visti anche i solidi rapporti con l’avanzatissimo esercito statunitense, ritengo che questo obiettivo possa essere raggiunto, a ritmi serrati, nell’arco di 30 giorni. 30 giorni di sacrifici, di sforzi, di impegno concreto, ognuno a combattere nel suo ruolo questa guerra purificatrice. 30 giorni a fronte di un’eternità pacifica ed incontaminata.

Credo valga la pena.

L’autoincoscienza degli abortisti e la campagna modaiola in difesa di leggi pilatesche

Dialoghi abortisti

‘Eroe’ sì, ma a fin di bene

È difficile pensare a come nasca un eroe; non siamo abituati. Solitamente li vediamo già pronti: biografia ufficiale, poche foto, parecchi ritratti, moltissime magliette e adesivi. Non abbiamo mai a che fare con l’uomo che c’è stato dietro, ma solo con la figurina da attaccare sul letto.

Però oggi succede una cosa nuova. Oggi ne abbiamo uno papabile, e ce l’abbiamo (quasi) ancora qua, fresco fresco. Ha smesso di operare 730 giorni fa. È ancora completamente intero, non scremato della sua complessità. Anche perché quando è morto era qua dietro, a tre ore di aereo, un’ora di fuso orario. E poi aveva un blog che aggiornava tutti i giorni, con i suoi reportage e con i suoi commenti personali. Certo, da attivista umanitario era anche stato in Croazia, Russia, Ucraina, Estonia, Polonia, Repubblica Ceca Perù, Togo, Ghana, Tanzania, ma ora era qui in Palestina, sotto gli occhi virtuali di tutti; quasi in mezzo a noi.

Quando una persona così non c’è più, in troppi si affrettano ad usare la parola ‘eroe’. Ma è un uso leggerino, impunito, inconsapevole. ‘Eroe’ dell’eroicità di Batman; “EROE” nel titolo in prima pagina per vendere più giornali. E allora altri, giustamente, si infastidiscono di questo uso commerciale, lucrativo.

In effetti definire ‘eroe’ un uomo intero è riduttivo. Un uomo intero, pieno di muscoli e tatuaggi come era Vittorio Arrigoni, è la summa della complessità e quindi della bellezza; è ciò che effettivamente non andrebbe mai descritto con la presunzione di essere esaustivi.  Perciò definirlo, accerchiarlo, attaccargli un cartellino con scritto il suo ruolo, è sempre una riduzione.

Forse però è la storia del linguaggio ad essere sempre, tragicamente, una riduzione della realtà. Non c’è poesia che la contenga tutta, come non c’è dipinto che raccolga tutte le sfumature di un colore, e non c’è reportage che racconti, ad esempio, l’intera tragedia della Palestina.

Eppure Arrigoni provava a raccontarla, e altri continuano a provarci, perché qualcuno deve farlo.

Ecco, credo che dobbiamo chiedere al corpo e alla memoria di Arrigoni un altro sacrificio. Enorme, oneroso, sofferto addirittura dagli amici più stretti e dai parenti, che ancora una volta non possono tenerselo al sicuro sul divano di casa ma devono condividerlo col mondo.

Arrigoni deve fare l’eroe.

Deve prestare il nome all’asilo di Gaza, poi ad una piazza, poi ad una strada, poi ad un liceo. Deve diventare un ponte semantico che possa trasmettere attraverso il suo essere “eroe”, in maniera più ‘mediata’ ma più efficace, il suo restare umano. Per quanto brutto possa suonare, deve rendersi strumento nella narrazione di chi è vivo, perché la sua storia diventi un esempio e alimenti in altri il desiderio di cambiare questa Storia spesso disumana.

Io non l’ho mai conosciuto, ma mi permetto di pensare che Vittorio accetterebbe anche questo sacrificio.

Non è tanto Renzi

Ciò che fa soffrire non è tanto un eventuale governo Renzi. Anzi, il fatto che finalmente i vertici del più grande partito “di sinistra” lascino il pilatesco ruolo di “concorso esterno” e prendano finalmente le redini di questa devastazione sociale, potrebbe essere un passo avanti perchè la base si svegli dal coma e ricostruisca qualcosa di serio.

Ciò che fa soffrire è che non ci sarà nessuna base a voler ricostruire.

Ci saranno i 60enni, confusi da “quel giovinastro fiorentino” ma in fondo contenti, perchè da quando la struttura non esiste più neanche nella loro testa e il gioco ormai si è risolto nel mettere la propria bandiera in cima alla sovrastruttura, dopo decenni di sconfitte Renzi gli avrà finalmente regalato questa soddisfazione.

Poi ci saranno i festeggiamenti, pur sempre pacati e , dei 50enni, di chi è nato per assecondare il flusso degli eventi, e vota solo “chi ce la può fare perchè altrimenti è un voto sprecato”, e ripete istericamente che bisogna guardare avanti perchè in realtà si vergogna di guardare in faccia tutti quelli che sono rimasti indietro.

E poi ci saranno i ggiovani-de-sinistra, “il futuro del paese” (anche se sono ancora indecisi su quale paese), che invaderanno i gazebo e i social network con le loro bandierine, le magliette “ADESSO!”, la sensazione – purtroppo reale – di aver vinto, loro che non sono mai stati altro nè ne hanno mai sentito parlare.
Gongoleranno, crederanno di aver combattuto una guerra lampo e di aver avuto ragione; si sentiranno fieri dei loro mouse.
Si rallegreranno per aver dato “una spallata ai vecchi poteri”; torneranno a casa, accenderanno la tv, e guarderanno un potere moderno, giovane, sottile, amichevole.

Tanto per cambiare, la barbarie culturale dirà di essersi vestita da progresso, e nessun bambino avrà occhi per urlare che in realtà è più nuda di prima.

Dio è morto, Marx è morto, e Renzi ha appena 38 anni.

Nota distensiva: più o meno ci aspetta questo.