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Giochi?

Io camminava in modo goffo. Fin da vecchio aveva rifiutato lo sport. Sì perchè Io era nato vecchio, dicevano. E ormai ci credeva pure lui. La cosa  non lo infastidiva, per niente. Quella mattina per Io era una giornata speciale. Era il suo primo giorno di scuola. Io pensava tra sé che, anche se non c’era mai stato, a scuola, lui poteva correggere i maestri e destituirli; fare lui stesso lezione. Come parlava forbito, Io. Dopo tutto, vecchio com’era, lo canzonavano gli altri. Però  in cuor loro, perché solo quello in fin dei conti avevano, sapevano tutti che Io non era un presuntuoso. Com’è sensibile Io, dicevano tutti. Com’è profetico Io. Io, Io, Io. E pensare che aveva solo tre anni.

La ricreazione era ormai vicina. Io era impaziente di riflettere i suoi futuri amici. Ovviamente Io aveva ben riflettuto il concetto di amico, prima. E ancora prima il concetto di concetto. Aveva passato gran parte della lezione anche a riflettere l’aula ed il maestro, senza ascoltarlo, e già due tre saggi gli erano cresciuti nella testa.  Ora però si doveva tutti giocare. Io si avvicinò ad uno che aveva passato la lezione a cercare di scaldarsi a forza di peti. Faceva freddo freddo, e costui pensava che petandosi addosso un po’ di calduccio poteva salirgli tra i vestiti.  Io gli si avvicinò, e si presentò: “Piacere, Io” disse. “Piacere” rispose quello. Io gli concesse venti secondi, affinchè anche lui dicesse il suo nome. Ma il bimbo non proseguì. Io allora con pochissimo garbo gli chiese: “Potrei sapere come ti chiami?”.  “Non mi chiamo” disse il bimbo. Aveva davvero un viso da gonzo, notò Io. “Come è possibile che non ti chiami?” disse Io. “Non mi chiamo”. Io era incuriosito dal gonzo  sempre di più, così chiese: “Allora..cosa ti piace fare?” “Beh, io adoro mangiare; però in effetti mi piace anche respirare…ma il mio divertimento preferito è fare la cacca.” “Anche se mia mamma mi dice sempre che per il passatempo più bello però devo aspettare di diventare grande..per adesso so solo che si chiama riproduzione”.

Io tutte quelle cose le faceva da sempre, ma non se ne era mai accorto. Dell’ultima però, quella dei grandi, ne sapeva meno del gonzo. Almeno lui ne sapeva il nome. Così il gonzo chiese: “E tu? I tuoi interessi quali sono?” Che sguardo bovino che aveva, pensò Io, che rispose: “Io rifletto le persone e le cose”. Il gonzo fece la faccia da gonzo.  “Eppure sei diverso da uno specchio..”. “Ma noo, io rifletto nel senso che penso alle cose e alle persone. Penso al mondo.” Ed il gonzo: “Mi sembra una cosa da grandi. Anzi, da vecchi..”. “Si, forse lo è..” disse Io, che intanto mi chiedeva se per piacere potevo chiamare il gonzo ‘()’. In effetti almeno due parentesi se le meritava, pensai. Da quella mattina Io e () giocarono sempre insieme. () mangiava e petava per tutti, che ridevano e ridevano. Io rifletteva le risate di tutti, in particolare quelle di Arte e Potere, due bambini molto eccentrici.  Io aveva avuto fin da subito una strana sensazione però: era come se lui non giocasse. Il tempo passava, e lui si sentiva sempre più di esserne indipendente, dal gioco. Di questo ad un certo punto ne fece vanto, procurandosi così le prime antipatie. Per la prima volta però si basava su una sensazione. Non rifletteva di riflettere.

Fu però la maestra, Storia, che un mattino lo prese  da una parte, e, dopo essersi congratulata, sarcastica, con () dell’ennesimo peto a freddo,  gli disse che lei lo avrebbe considerato come tutti gli altri. Che non doveva illudersi.  Che per lei anche lui aveva giocato. E soprattutto, che come lui ce ne sarebbero stati altri. E che anche tutti loro avrebbero giocato. Suonò la campanella.
Era, di nuovo, ricreazione.

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