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Cani Afro

Essere negri, negri aborigeni, oggi non è affatto male. Certo, non avremo una spiccatissima intelligenza, né emaneremo un profumo lievissimo, però sicuramente non ci mancano le prospettive per il futuro.
A riempirci il cuore di speranza fondamentalmente ci sono tre categorie.

D’estate ad esempio ci sono i ragazzi che vengono a visitarci, ragazzi bianchi, buoni, biondi. Ci portano le cocacole, ci riportano i palloni da calcio. Piangono molto, ridono molto, hanno molte emozioni in arretrato.
Poi ad un certo punto, massimo un mese, se ne vanno, questo è ovvio. L’effetto-Africa dura una settimana, questo è chiaro. Ma l’Africa è una rappresentazione tragica, e quando la catarsi è compiuta il sipario deve calare.

Poi ci sono le suore. Non sono proprio buone come i bianchi, perché 1) vivono con noi e quindi niente cocacole e 2) sono negre, però comunque sono buone e soprattutto hanno una cosa stupenda -guarda caso insegnata dai bianchi-, la speranza nel dopodomani. Nell’attesa del dopodomani dicono che dobbiamo “combattere ai nostri posti”. Sì, perché come la vuoi combattere una guerra se non rimanendo al tuo posto? Come vuoi andare da qualche parte se non restando incatenato a terra? In realtà, per fugare i dubbi dei più maliziosi, bisognerebbe fare un po’ di chiarezza sulle regole del gioco: si tratta di una guerra estetica, dove il premio va a chi combatte attenendosi maggiormente alle convenzioni di Ginevra e della Vergine, e non a chi nella realtà vince o perde o muore. Anche perché si può provare a vincere oggi, o al massimo domani, ma nel dopodomani si può solo sperare stesi ad occhi chiusi.

Infine ci sono i più buoni, gli ottimi, quelli in cui dobbiamo riporre la maggior parte delle nostre aspettative. Persone che nonostante siano già potenti ricche e salve, fanno nei loro paesi delle battaglie politiche in nostro favore. Battaglie stupende, in delle arene cruente per il velluto e accecanti per le cornici. In pratica (cioè in teoria) questi signori si battono perché i loro governi impotenti ci riconoscano legalmente il sacrosanto diritto di lasciare le nostre terre sporche e volgari, migrare nelle stive delle zattere e ottenere il prezioso documento. Dove si deve leggere chiaramente tra le righe che siamo lì per pulire i loro vetri in autostrada e le loro coscienze sulle scale delle chiese, per riunirci la domenica negli appositi parchetti, un tempo dei tossici, e mangiare l’happy meal senza riflettere sul nome. Pare siano nostri diritti, inalienabili, e noi li vogliamo (cong.) fortissimamente.

Il futuro è rosa per i rosa. Noi purtroppo siamo negri, e aspetteremo.

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