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Favole per anziani #3

“A papà, io in quell’università non ci voglio andare, non mi interessa la Schiavologia.” Così diceva il figlio antico al padre moderno. “Fio mio, forse è da un po’ che non guardi la televisione, ma a Schiavologia ti ci devi iscrivere per forza. Magari per te, i tuoi libri e le tue stronzate non sarà il massimo, ma ormai le classi di Giuslavorismo vanno ad esaurimento, quando finiscono gli ultimi verrà chiusa definitivamente. E poi voglio vedere cosa faranno nella vita, a parte impazzire.” Però niente, il figlio antico non ci voleva proprio andare. Diceva che la facoltà di Schiavologia non c’entrava niente con i suoi studi classici, che avrebbe dovuto formattarsi dalle basi per studiare roba del genere, e che a quel punto preferiva andare a fare lo spazzino, (“E basta con questa pagliacciata da complessati dell’operatore ecologico!”), almeno faceva qualcosa di utile per i marciapiedi della sua città e gli idealisti che ci si trasferivano ogni giorno.

In famiglia, ovviamente, tifavano per il padre. Per esempio, il figlio antico aveva un fratello, il figlio moderno (in realtà non erano proprio fratelli, quello moderno era stato adottato perché era nato povero di soldi), che si era già iscritto a Schiavologia, e aveva un’ottima media, era abbastanzaaldisopradellamedia, aveva subito imparato la nuova lingua biforcuta, aveva subito dimenticato i vecchi concetti. Certo, per lui era più facile, veniva da mondi dove le persone si fanno ancora combattere per il pane, quindi una facoltà o l’altra gli era indifferente, basta che si mangiava, e la mensa di Schiavologia era quasi famosa per i suoi biscottini all’anicuro.

Tra i parenti, l’unica che cercava di rompere l’embargo verso il figlio antico, allungandogli ogni tanto un soldino, era nonna Itala. Non tanto perché condividesse la sua lotta, ma solo perché gli voleva bene, e gli faceva tenerezza a vederlo senza la paghetta. Nonna Itala era tanto buona, tanto cara, ma era vecchia, e ormai aveva perso tutta la sua lucidità, la sua attualità. Quando parlava con il padre, annuiva, ma non capiva niente. Acconsentiva a tutte le sue proposte retoriche solo per stanchezza, per mancanza di forze, per inerzia.
E infatti dopo poco diventò un vero e proprio vegetale, gli ultimi pochi soldi che le rimanevano servivano per sostentare gli ultimi parassiti, e per il nipote antico non le rimaneva più niente. Costui quindi mantenne la sua posizione per un po’, ma quando si accorse, sorpresissimo, che era scomodo quanto un discorso di fine anno di nonna Itala, dovette iscriversi. E frequentava, dava anche gli esami, ma non si fece mai prendere come i suoi compagni moderni. Loro per alcune cose erano veramente dei mostri.

Alla fine, finalmente, finì che la nonna Itala morì di inutilità, e la sua eredità andò al padre moderno, anzi a tutti gli altri padri moderni che il padre moderno avrebbe sposato o che avrebbe lasciato o dai quali sarebbe stato lasciato, e quindi alla fine all’ultimo, grassissimo e risposatissimo padre che sopravviverà.

Il  figlio antico invece, morì quasi subito, di bradicardia. Fece appena in tempo a scrivere sul muro del cesso dell’Università il testamento del proprio nulla:
-Quando venite a fare la rivoluzione, portatevi il pane da casa.-

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