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L’importanza di essere Pennello

Iniziamo dal momento in cui il pittore uscì di casa. D’accordo sì, il quadro era bello che finito. Però aveva lasciato tutto in disordine: pennelli, spatoline, colori, colorini. Il volto della fanciulla che aveva dipinto trasmetteva armonia, va bene,  ma non basta: tutti i colori quella sera sembravano ubriachi. L’idea, va detto, fu collettiva, e tutti i colori imbrattarono una tela nuova. Nulla di più bello per i colori, che notoriamente, perché si sa, da soli sanno solo rovesciarsi.  “Fico fare le cose da soli”. Tipico pensiero del colore. Eccoli dunque tutti copulare, sovrapporsi smodatamente, e dar  luogo ad un’ibridanza oscena di se stessi. “Bella cacata”, “Bella sì”, “Sì sì, splendida” si celebravano. Per anni e danni, continuarono.

In tutto ciò, fatto importante, i pennelli non contavano più nulla. Per delega del pittore, continuavano ad insegnare il tratto e la stesura corretti, ma i colori nel mentre gli bruciavano i peli, e li filmavano con il cellulare. I colori ormai si spartivano le tele, si cacavano sopra, e se le vendevano e compravano tra loro. “È il mercato, e prima ti lanci, magari di testa, prima vendi la tela”, altro tipico pensiero del colore. I colori si arricchivano, i pennelli erano ormai troppo secchi, e sempre più depressi. Non è che volevano arricchirsi, affatto. I pennelli non devono essere ricchi, dicevano i pennelli ai pennelli. Volevano solo fare i pennelli, così come il pittore gli aveva lasciato detto.

Ecco, questa storia non ha un lieto fine. Adesso uno si aspetta che il pittore torna e punisce i colori facendoli sniffare al suo gatto. No no. La notte è lunghissima, il pittore non torna, e i colori si fanno i quadri e si fanno di quadri. Tutto da soli.

“Bella sì”. “Sì sì, splendida”.

Smarks

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