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Favole per anziani #4

C’era un signore importante che diceva un sacco di parolacce. Ne diceva e ne sapeva veramente tante, e le aveva insegnate a tutti i suoi amici, parenti, amicidiamici (amava l’autoapprendimento), conoscenti limitrofi confinanti, insomma a tutto il pianeta. Ovviamente in breve tempo diventarono la lingua ufficiale.
Poi, un giorno a caso, i benpensanti –quelli che solitamente usano parolacce forbite tipo Arcigay, dicolore, (capra)ⁿ, “bioparco”(cit.)– scesero dal loro piedistallo e si ribellarono radicalmente a questo
andazzo:
“Cazzo,                              (tra di essi si malcelavano timidamente anche dei poeti)
Che pianeta di merda che è diventato da quando quello stronzo ha iniziato a dire tutte quelle parolacce.”

E allora anche il popolino, magari in maniera un po’ più rozza, cercava di apparire piuttosto stanco della situazione. Dunque insieme, popolino e benpensanti, si misero alla ricerca di qualcosa di più ricercato, qualcosa di trendy ma mai eccessivo, qualcosa da abbinare signorilmente con tutti gli altri signori importanti. Qualcosa che potesse coprire con una lieve, insignificante suoneria di parole la loro inesorabile marcia verso il baratro. Cercavano e cercavano, ma alla fine niente.

Il solito culo.

Poi un giorno, prima o poi o mai, qualcuno o nessuno venne ad indicargli la via, ma tutto questo è marginale e secondo alcuni incerto. Ciò che ci è dato sapere con sicurezza è che mandò un profeta innanzi a lui, per preparare il mondo alla luminosa Verità, affidandogli l’assordante monito:
“In verità, in verità vi taccio. Shhh.”

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