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P/potere

Oggi i prigionieri politici non esistono più. Si odono però gli echi di qualche disgraziato che pianse il suo mitra, la sua rivoluzione, la sua troppo ansiosa voglia di operare il bene, e di realizzare in terra anche solo un po’ di ciò che riteneva fosse beatitudine.

Non esistono più coloro che nel loro leggere medievale estraevano, faziosi, la dinamite da dispensare contro ciò che oggi appare ancora esistente. Oggi i visi giovani non gridano più all’amore sociale e collettivo, alla riscossa della fabbrica, alla libidine della liberazione dal lavoro; eppure, nel loro manifestarsi, ancora si figurano i medesimi interlocutori dei loro padri, medesimi non nell’età, ma nello stile e nel colore. Persino i più fedeli e fidati stringono accordi con ciò che a dir loro aleggia e protegge; gli stessi che con segreto sorriso beffeggiano le mitomanie, con segreta preghiera ne pregano la conservazione. I più fantasiosi invece abitano piccole sedie difronte piccoli monitors, immersi nell’elaborare come postmoderni Esiodi miti e novelle teogonie di una governance sempre più spaziale. Sono gli stessi che ad un primissimo giudicare figurano ragionieri dai modi terragnoli, e che tuttavia condividono quella primitiva predisposizione a personificare, a dotare di ratio, arti ed artigli ciò che qualche riga prima era solo carta moneta circolante; niente più di metallo ben inciso, o, nella sua forma più attuale, di invisibile transazione.

Oggi vive ancora l’idea del Potere. Nei saggi, negli editoriali, nei sudori di chi lavora, nelle urla di una madre che ha meditato il suo parto, e quindi ha meditato l’amore, nella paura del bimbo a cui viene raccontata la prima giungla là fuori, nel percepire gli ammiccamenti pubblicitari come sordidi e manovrati, nei più paranoici dipartimenti universitari, e così via. Via quante sono le proiezioni, tanto più colpevoli quanto più intellettuali.

Esiste ancora il Potere, e come da sempre, continua a non essere reale. Proprio ciò che viene considerata madre di tutte le finzioni, non approda allo statuto di fittizio. La più grande chimera, matrigna di tutte le derivate, soffia infatti su molta letteratura, respira negli incubi dei poeti, detta il passo agli odierni rivoluzionari cadenzandone miopia e disciplina. E si mostra ancora come ciò che tutto vede, tutto puòte, tutto mangiucchia nel buio del silenzio, tanto più cupo quanto, forse, più suggestivo.

Ed è così che ancora una volta il pensiero stesso, producendo i suoi demoni, disorienta e disamora l’agire. Lo stesso individuare una colpa sovrana ci preserva dall’attuare ciò che sarebbe doveroso attuare. Come il visionario che per timore che l’aria sia malsana sbarra le finestre e rende così malsana quella della sua stanza, così l’idea del Potere nel suo inculcarsi crea servigia. Invece di tesserne di reali, si prosegue nell’elaborare responsabilità finzionali, nel dare al potere ghigno e portamento specifici, e nell’attribuire ad esso l’anfora di ogni sortilegio. Vi sono infinite ragioni di elaborare un Dio; non ve n’è una di elaborare il Potere. Ed è una favola che giova a chi del Potere indossa solo il simulacreo costume, quelle vesti a cui i nostri occhi superstiziosi danno una certa qual importanza.

Si persegue tuttora l’idea di un vano che separa il Potere dagli uomini, che distingue il presidio dal presidiato, colui che decide da colui che è condotto. Ci osserviamo nelle braccia di un cavernale padrone di cui non siamo neanche orfani; perché non abbiamo, e mai l’abbiamo avuto, un padrone. La schiavitù si mostra propriamente nell’arbitrio non cosciente di immaginare un dominio, non nel sottostarvi. Il capriccio culturale è stato pensare che la delega fosse cessione di responsabilità, e che il ceduto fosse perduto. L’ignoranza ha acquisito nuova forma: immaginare un ente che giorno per giorno ci trascende e con perizia sorvola le nostre vite.

Il potere è degli uomini tutti, ed a ognuno di loro è sempre appartenuto. Esso riposa nelle declinazioni dei bisogni, nelle brame singolari, e nella quotidianità di ogni bassezza; e di queste è risultato, non causa. Ogni nostro atto è stato un atto del potere; ogni nostra paura è stata una paura del potere; ogni nostra proiezione è proiezione di un potere che proietta Potere; ogni deficienza è stata una nostra deficienza.

La libertà politica inizia dove si dilegua, nel sonno come nella veglia, la finzione del Potere; l’azione politica si realizza dove non si delega la colpa e dove non si artefa il dominio; la paura della morte si fa umana quando si è capaci di sviluppare ogni possibilità della vita; si può operare il bene quando si è in grado di assumere il torto dell’inazione. Si dà cambiamento solo se si è capaci di essere nemici di sé.

Smarks

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