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Sproloquio dei docenti

Signora, suo figlio era troppo “intelligente” per impegnarsi. Ci ha scoperti. Ha sciolto il cappio che lo legava a questo sovramondo. Signora, suo figlio è andato a vedere il mondo. Non c’è da preoccuparsi, né da sperare. Al massimo può avere fede, fiducia mai. Tutto è perduto. Non tornerà mai più come prima, è una bestia. Ha smesso di ideare rivoluzioni di classe, postulando classi di uomini legati da spirito e intelletto. L’animale di suo figlio se n’è andato col suo branco interiore. Suo figlio basta a sé stesso, si nutre di sé stesso, si sfoga con sé stesso, riposa in sé stesso. Suo figlio ha cessato di essere l’ometto autodeficiente, ovvero mancante a sé stesso, che si fa sottrarre a sé stesso. Suo figlio ha fatto basta. Senza dirlo, perché dirlo è da impuri. Suo figlio ha smesso di parlare, ha interrotto la comunicazione. Le scrivo queste righe e provo profonda invidia verso suo figlio. Scrivo maledicendo questo linguaggio, questa convenzione di segni e suoni che ci annoda l’un l’altro. Se potessi farlo, dimenticherei tutto. Mi strapperei la memoria dal cervello. Farei riemergere l’impulso, l’istinto, l’olfatto, il tatto.
Ora sono stanco, me ne vado.
In fede. G.B.

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