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Il crepuscolo della trascendenza

Dovrò rassegnarmi, prima o poi. Non mi sarà concesso un quadro unitario della mia epoca, così come è assai probabile che nomi e atti di questi anni figureranno sui libri scolastici venturi come ancora immersi in atmosfere rarefatte quanto quelle attuali. In questa età di palpabile incoscienza, io mi trovo a richiedere con forza ciò che mi è più distante per fisionomia e odore: dei fatti. è una sensazione detestabile poter intuire la soglia di informazione che la Rete stessa, proprio nel suo porsi illimitata, mi ha disvelato. Non possiedo la totalità degli elementi esplicativi di un paesaggio che nella sua assoluta mondanità trascende la mia finita immaginazione.

La crisi dell’Europa è prima una crisi dell’autorità, e poi una crisi economica; è, nel suo più remoto significato, una crisi della trascendenza. Non posso nascondere la meraviglia che provo nel constatare giornalmente la perizia con cui descriviamo i nostri errori, la minuzia con cui analizziamo i nostri fallimenti finanziari. Mi è difficile sopportare la compassione che provo per la cecità di un popolo che non sa domandare la causa del suo impoverimento totale. E d’altra parte, mi rimprovero con la stessa severità quanto sia stupido solo pensare che una condizione così terminale possa generare domande di una tale vitalità. La causa, ciò che la descrizione dell’effetto non può in alcun modo illuminare; torno così al mio desiderio di informazione, e ritrovo che la mia stessa tensione giace alle pendici di ciò a cui dovrei anelare. Pendici lontanissime dalla cima della retta comprensione degli eventi. E mi è così difficile spogliarmi della vocazione persecutoria e sensazionale a cui l’odierna informazione si è consegnata; forse anche io, come quegli intellettuali declassatisi a giudici o affini, mi accontento di responsabilità carnali, quanto più precise possibile. Eppure, so perfettamente che ciò a cui tendo non è che la più bieca declinazione che la causa possa avere: il suo darsi come materiale ed efficiente.

Il mondo occidentale ha perduto ogni riferimento alla trascendenza dell’autorità e del Potere. è stato in grado di svuotare gradualmente le proprie istituzioni, di delegittimare con le sue stesse mani le ideologie e le forze politiche radicate nei suoi territori. Le ideologie, queste entità di natura diversissima dalla verità eppur così carezzevoli delle istanze degli uomini, delle loro ansie, dei loro diritti. Le forze politiche, coniugate alle prime, capaci di assumersi l’impegno di una risposta progettuale e quanto più possibile onnicomprensiva. L’odierna rappresentanza intellettuale ed accademica ha devastato la legittimità della dimensione religiosa, universalizzando la massima illuministica nella veste del più arido dei razionalismi. Le moltitudini hanno semplicemente perduto ogni riferimento all’esistenza di un mondo ordinato, ritrovandosi così a calcolare ogni proprio attimo, alla stregua di un animale atterrito. Le opposizioni ufficiali, le stesse che anelano all’altermondo finale, esigono la redistribuzione del denaro, del reddito, del denaro, del reddito, e così via. La sola cantilena brutale che sono in grado di ripetere intima di riprendersi tutto ciò che è loro stato tolto. Tolto da altri animali, più furbi e più scaltri. Così all’avidità si replica con l’elemosina gridata, con la rabbia della riappropriazione delle cose, del subitaneo “qui” ed “ora” – quando non si è più in grado di capire che ciò che abbiamo dimesso, tutti, è proprio il carattere finale delle nostra vita collettiva, delle nostre stesse istituzioni.

La crisi dell’Europa è una crisi culturale, e poi una crisi economica. L’azione rivoluzionaria che ha predominato gli ultimi decenni si è imperniata su filosofie e pseudosociologie tanto complesse quanto miopi, incapaci di distinguere l’umanità in tutti i suoi appetiti dalle libere finzioni della fantasia. Non esiste alcun Potere dei consumi; non esiste alcun Potere dei media. Non esiste alcun controllo delle coscienze; non esiste dominio dell’ignoranza. Non esiste nella misura in cui gli si attribuisce la funzione costitutiva dell’attuale essere dell’uomo. Questo dominio è virtuale, chimerico, immaginario. Il Potere, l’Autorità, l’ordinamento e la conduzione delle coscienze rappresentano poli esattamente contrari all’attuale stato brado in cui versa il mondo civilizzato. Ciò che è stato disegnato come il dominio non è che la più invisibile forma di Anarchia che sia mai esistita. L’inversione logica si è palesata come visione autentica: la biopolitica, il biopotere, sono tuttora i termini guida di una crisi culturale che trova le sue radici nella misconoscenza dell’umanità dell’uomo, della sua debolezza e finitudine, e del suo essersi lasciato a sé. Che qualcosa si impadronisca della vita, ne regoli i più bassi desideri, non esprime che l’idea ribaltata di una molteplicità di desideri finalmente attuali, di uno sviluppo naturale della tendenza dell’individuo a perseguire il suo piacere più istantaneo. Banalità antichissime, oggi dimenticate. Con la scomparsa dell’Autorità, il Potere scompare nelle singole brame animali di noi tutti – le stesse che si traducono nell’attuale società dei consumi, della speculazione finanziaria, dello spettacolo sfrenato.

Dietro le luci del più complicato assetto economico e commerciale della sua storia, l’uomo riposa in realtà nella sua più immediata forma di esistenza. Lavora per mangiare, mangia per spendere, spende per godere, gode per lavorare. Atti umani, e tuttavia cadenzati dalla più ferina delle disposizioni, quella che tende all’utile senza esserne cosciente. Atti per nulla illuminati da un principio di guida, scevri anche di quella forma più arcaica di ethos famigliare e sociale. Ciò che nelle menti dei teorici si dà come fine pragmatismo, nelle coscienze delle moltitudini non è in alcun modo presente; l’utile che le governa è naturale, precede qualsiasi formulazione teorica, qualsiasi elevazione a massima o orientamento esistenziale. È paura, piacere, ancora paura, intricati l’uno nell’altro in un groviglio passionale che si dilegua nell’abisso dell’inconscio.

L’Occidente non è ateo, non ha mai proclamato il rifiuto di Dio; più mediocremente, non lo conosce più, così come non conosce più la Trascendenza e l’Autorità. Lasciatosi dietro di sé le aberrazioni della politica della potenza, della vuota autorità del totalitarismo, del superomismo frainteso, il ceto spirituale non vi ha sostituito la potenza della politica, la piena autorità delle istituzioni, la responsabilità civica e sociale. Ha confuso stupidamente tradizione e bigottismo, ha confinato le chiese nell’alveo della perdizione e della minorità. Ha privato la Cristianità, e il correlato apparato secolare, del suo ruolo conservativo, della sua legittimità di badare a quell’umanità incapace di conseguire una libertà piena ed autonoma.

In questi giorni, le forze progressiste italiane continuano ad offrire proclami formali, delegando involontariamente la difesa del lavoro agli stessi incolti separatisti a cui si oppongono. Gli unici rimasti a difendere le integrità economiche nazionali sono nostalgici fuori dalla storia e dalla ragione democratica. I soli che nominano la Patria la rivestono di violenza e discriminazione. Coloro che difendono la famiglia sono i primi artefici del suo processo degenerativo. Dio è solo una pausa tra l’adempimento del proprio esercizio anarchico e sensuale.

L’Europa risponde alla sua decadenza concedendo attenzione all’unico lato che è in grado di osservare, quello economico. Affida così la sua sanità ad animali non furbi e rapaci, ma intelligenti – e tuttavia, pur sempre animali. Gli stessi che per definizione leniranno la ferita, ma che non saranno nemmeno in grado di penetrarne la causa. Gli stessi che ci suggeriscono, senza saperlo affatto, che il fallimento riguarda prima di tutto proprio chi la causa la poteva da sempre cogliere, ma non ha fatto nulla per impedirne il compimento.

                                                       Smarks

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