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Che cos’è anarchia, che cos’è antarchia.

– Dott. Nessuno, ci illustri la sua posizione riguardo al movimento politico definito ‘anarchia’.

Non ho nessun rispetto per coloro che si definiscono ‘anarchici’, o almeno nella misura in cui questi soggetti rivendichino qualche risvolto ‘pratico’ dell’anarchia nella società. L’anarchia può essere una sacrosanta e affascinante posizione poetica, o eventualmente filosofica, ma mai politica. Richiedere dignità politica da parte di un anarchico equivarrebbe all’affermare di non saper niente dell’uomo, non aver mai sfogliato un libro di storia.

– In che senso?

Il potere, l’ordine, sono principi connaturati col mondo in cui viviamo, col recinto logico-spazio-temporale in cui ci è dato esistere. Il potere esiste già nelle cose e dentro di noi, insieme con l’ordine, la gerarchia; e questi esistono ben prima che noi possiamo dubitare della loro esistenza, o fantasticare di un loro abbattimento. Dunque negare la natura o pretendere di modificarla è mera utopia.

– E non si può essere utopisti?

Lo si può essere, ma con il rischio di essere disonesti con sé stessi e col mondo, soprattutto quando si vuole accostare ad un’utopia virtuale (legittimissima) un qualche sbocco reale. “L’utopia serve a camminare” (Glauco Benedetti, “Boris”), ma non si può pretendere di arrivarci veramente. Ad esempio, prendiamo lo Stato. Marx, il filosofo, teorizzava l’abolizione dello Stato – preceduta da un breve periodo preparatorio di “ultrastato” – congiuntamente all’avvento di un oltre-uomo capace di governarsi pacificamente senza costrizioni esterne. Ciò che è sfuggito ai lettori russi è che per superare l’ultrastato ed arrivare all’oltrestato c’era prima bisogno di superare l’uomo stesso. Eppure nessuno ha avuto l’onestà filologica di suicidarsi per far spazio ai futuri esemplari.

– Come si può sfuggire a questo ammaliante tranello?

Noi ci siamo schierati con l’antarchia. Oltre Don Chisciotte, oltre gli utopisti, dichiariamo di aver perso prima di combattere, e poi combattiamo.

– Potrebbe smetterla di fare il tenebroso, e spiegarsi meglio?

L’antarchia, avendo studiato la logica, la psiche umana, la storia e la geografia, non contempla l’abbattimento del potere, ma semplicemente si schiera sul fronte opposto. Noi antarchici conduciamo una sanguinaria lotta di autologoramento. Se l’utopista è ingenuo e incosciente, l’antarchico è saggio e cosciente. La sua è guerra per la guerra.

– Dunque come si distingue un utopista da un antarchico?

Esteriormente da nulla. La differenza è all’interno, nel movente. L’utopia combatte con l’intenzione (illusoria) di ottenere qualcosa, di sconfiggere almeno una parte del nemico; l’antarchia postula la sua sconfitta a priori, eppure non rinuncia al suo conatus battagliero.

– Cosa consiglia agli anarchici e a tutti gli utopisti?

Di svegliarsi, di guardarsi intorno, e di scegliere: calarsi nel mondo a sporcarsi veramente le mani, contrattare, compromettersi, per avanzare di qualche passo verso il momentaneo traguardo; oppure salire qui sul monte, a guardare tutto, e morire per mancanza di ossigeno e sovrabbondanza di lacrime.

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