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La dittatura del nulla

Impazza, da qualche tempo, la mania della democrazia diretta. Tutti ne parlano, i nerds la likano, gli illetterati ne mugugnano, i politicanti ultracentocinquantenni si affrettano a cercare qualche nozione da far spiattellare su Twitter al giovane lavoratore in nero che gli gestisce l’account.

Ma siamo così sicuri che sia la sola e più importante cosa che ci manca? La democrazia diretta si oppone idealmente alla democrazia rappresentativa, nella quale il popolo si affida ad un ristrettonumero di persone teoricamente più qualificate per prendere decisioni collettive rispetto all’elettore medio. A rigore dunque, per scagliarsi contro questo sistema e pretendere un suo superamento, bisognerebbe aver superato i due limiti che lo rendevano necessario: il limite prettamente materiale – la quantità dei votanti – e il limite culturale – la maturità politica del popolo.

Il primo, secondo questa moda, sarebbe stato superato dall’avvento del web, lo strumento che ha addirittura rischiato di vincere il Nobel per la Pace (rubatogli poi da un altro strumento, dal design umanoide, chiamato ‘Barack Obama’). Mettendo da parte l’idiozia entusiasta delle persone che vorrebbero personificare un agglomerato di fili e dargli anche giudizi di valore (è bravo, è buono, vuole la pace) e prendendo in considerazione le sole potenzialità del web in quanto strumento, non si capisce comunque come questo possa realisticamente catalizzare tutto il dibattito democratico. 60 milioni di persone che parlano ogni giorno in un forum, dove ognuno dice la sua, generano un flusso medio di 694,44 opinioni al secondo, e forse il termine più adatto per descrivere questo flusso, più che ‘democrazia diretta’, potrebbe essere ‘caos’. Ove, a voler pensare male, sottomettere dall’esterno il caos è infinitamente più facile che sottomettere un organismo ordinato.

Il secondo problema, invece, ovvero la maturità politica dei cittadini, semplicemente non è più visto come un problema: semmai è una qualità. Non è questa la circostanza dove approfondire un tema così delicato, ma basti accennare – d’altronde è sotto gli occhi di tutti – che l’ideologia dominante è riuscita a porsi agli occhi dei consumatori non già come ideologia, ma come superamento di essa (violando eminentemente il buon vecchio ‘principio di non contraddizione’, che purtroppo su facebook non circola moltissimo). Tutto viene scollegato dal resto (di cui fa pur sempre, inesorabilmente, parte), si agisce senza sapere a cosa realmente si arriverà, “fare” e “saper fare” sono diventati nemici, perché chi fa è la ‘ggente’ mentre chi sa fare è la ‘kasta’. Perciò il primo che riesuma categorie del pensiero viene guardato con aria di sospetto, chi parla di cultura vuole sempre e solo rabbonire il popolo, chi cortesemente chiede informazioni sulla meta che si vuole raggiungere è un sabotatore provocatore.

Il paradosso è questo: dopo secoli di visione idilliaca della cultura, come mezzo per l’emancipazione dei sottomessi, si sta sviluppando un nuovo fenotipo di capo-popolo, il quale non ha più la forza di dire “istruiamoci per non essere raggirati dalla nostra stessa ignoranza”, ma urla “abbattiamo, con la violenza del numero di noi ignoranti, la cultura di quei singoli”. E certo che se è vero che l’universo tende al più basso livello di energia possibile, è più naturale che un comico dell’anti-politica ululi su un social network contro i parigrado politic-anti, piuttosto che inizi a studiare un libro per riprendere in mano le redini della società.

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