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Satira e occidente: brevissima fenomenologia relazionale

Nel tempo in cui sono caduti tutti i tabù morali, il controllo delle coscienze ha subito un ‘regresso’ nella sua strada verso la raffinatezza, se non tecnico almeno estetico. Ove un tempo la coercizione avveniva nella coscienza umana, che veniva a conoscenza di “tutto” ma veniva guidata per mano nel momento dell’elaborazione, oggi il ‘sistema’ tende ad agire prima della coscienza: semplicemente, filtra alla fonte la realtà sensibile da mostrare.

D’altronde troppe rivoluzioni culturali sono avvenute, troppe sgargianti autorità sono state scacciate (e tacitamente rimpiazzate); se certe cose si venissero a sapere, se il bombardamento mediatico non fosse così fitto, le ‘coscienze liberate’ dell’occidente avrebbero un immediato e narcisistico sussulto, chiederebbero immediatamente giustizia, e non tanto per ottenere giustizia, quanto per non poter sopportare quella vista orrenda. Insomma, probabilmente sazierebbero la loro igiene coscienziale con un breve urletto, esaurito il quale tornerebbero al loro silenzioso posto, ma comunque avrebbero un – seppur minuscolo – momento di distrazione dalle Attività lineari. E ciò non va bene. Ed è per questo che le uniche catene interiori rimaste, cioè quelle – “sottilissime” quanto robustissime – del consumismo, sono state affiancate dalla grossolana macchina mediatica. Quello che non si può imporre di pensare, non deve neanche essere saputo; tutto ciò che si può sapere, deve potersi pensare solo in un determinato modo; (im)posto un determinato fatto, anche la coscienza più libera non può che arrivare ad una e una sola conclusione.

Mentre, dunque, nel precedente ‘momento’ la satira aveva il compito di mettere sotto una luce diversa i dati di pubblico dominio, oggi forse deve innanzitutto accenderla sui dati che vengono interamente oscurati. Se prima doveva liberare la coscienza, oggi deve liberare gli occhi e le orecchie.

La sfida della satira contemporanea è quindi duplice: da un lato colmare la ‘falla informativa’ causata dall’ignobile categoria dei giornalisti (si perdoni la generalizzazione), sempre più incapace di elevarsi sugli eventi, e sempre più intenta in un ridicolo, sterile, maniacale, gossippesco reportage di quel minuscolo spettro di realtà che le viene mostrato tramite biberon; dall’altro sostituire i vetusti satiri professionisti, (si riperdoni, v. sopra) parolacciai bestemmiatori che 40/50 anni fa rimasero stupiti dall’avanguardia di tanto turpiloquio, ma che si ostinano a non vedere (pena il dover correre all’ufficio di collocamento) che oggi qualsiasi dodicenne bestemmia e turpiloquia molto più di loro.

Se la satira libera, bisogna continuamente chiedersi da cosa si è trattenuti. Nel tempo in cui le bestemmie presidenziali vengono contestualizzate, ma le esportazioni di democrazia vanno cultualmente ossequiate, forse il guscio di schiavitù interiore ce lo stanno cominciando a costruire anche intorno.

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