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‘Eroe’ sì, ma a fin di bene

È difficile pensare a come nasca un eroe; non siamo abituati. Solitamente li vediamo già pronti: biografia ufficiale, poche foto, parecchi ritratti, moltissime magliette e adesivi. Non abbiamo mai a che fare con l’uomo che c’è stato dietro, ma solo con la figurina da attaccare sul letto.

Però oggi succede una cosa nuova. Oggi ne abbiamo uno papabile, e ce l’abbiamo (quasi) ancora qua, fresco fresco. Ha smesso di operare 730 giorni fa. È ancora completamente intero, non scremato della sua complessità. Anche perché quando è morto era qua dietro, a tre ore di aereo, un’ora di fuso orario. E poi aveva un blog che aggiornava tutti i giorni, con i suoi reportage e con i suoi commenti personali. Certo, da attivista umanitario era anche stato in Croazia, Russia, Ucraina, Estonia, Polonia, Repubblica Ceca Perù, Togo, Ghana, Tanzania, ma ora era qui in Palestina, sotto gli occhi virtuali di tutti; quasi in mezzo a noi.

Quando una persona così non c’è più, in troppi si affrettano ad usare la parola ‘eroe’. Ma è un uso leggerino, impunito, inconsapevole. ‘Eroe’ dell’eroicità di Batman; “EROE” nel titolo in prima pagina per vendere più giornali. E allora altri, giustamente, si infastidiscono di questo uso commerciale, lucrativo.

In effetti definire ‘eroe’ un uomo intero è riduttivo. Un uomo intero, pieno di muscoli e tatuaggi come era Vittorio Arrigoni, è la summa della complessità e quindi della bellezza; è ciò che effettivamente non andrebbe mai descritto con la presunzione di essere esaustivi.  Perciò definirlo, accerchiarlo, attaccargli un cartellino con scritto il suo ruolo, è sempre una riduzione.

Forse però è la storia del linguaggio ad essere sempre, tragicamente, una riduzione della realtà. Non c’è poesia che la contenga tutta, come non c’è dipinto che raccolga tutte le sfumature di un colore, e non c’è reportage che racconti, ad esempio, l’intera tragedia della Palestina.

Eppure Arrigoni provava a raccontarla, e altri continuano a provarci, perché qualcuno deve farlo.

Ecco, credo che dobbiamo chiedere al corpo e alla memoria di Arrigoni un altro sacrificio. Enorme, oneroso, sofferto addirittura dagli amici più stretti e dai parenti, che ancora una volta non possono tenerselo al sicuro sul divano di casa ma devono condividerlo col mondo.

Arrigoni deve fare l’eroe.

Deve prestare il nome all’asilo di Gaza, poi ad una piazza, poi ad una strada, poi ad un liceo. Deve diventare un ponte semantico che possa trasmettere attraverso il suo essere “eroe”, in maniera più ‘mediata’ ma più efficace, il suo restare umano. Per quanto brutto possa suonare, deve rendersi strumento nella narrazione di chi è vivo, perché la sua storia diventi un esempio e alimenti in altri il desiderio di cambiare questa Storia spesso disumana.

Io non l’ho mai conosciuto, ma mi permetto di pensare che Vittorio accetterebbe anche questo sacrificio.

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