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Mi consola.

“Amo tutto di te. Le ciglia, i gomiti, le unghie dei piedi. Le braccia forti, le gambe fortissime. E poi quel carattere così protettivo, così paterno, e le tue fisse mentali un po’ buffe, le passioni così accese. Ecco, io amo tutto di te, quindi ti amo. E anche se a prima vista dovremmo dire che quest’ultima frase è del tutto falsa, perchè non siamo la mera somma delle nostre caratteristiche e blablabla, oggi risulterebbe una considerazione medievale, olistica, pesantissima.
Ti prego, amore, smettiamola con queste storielle e lasciamoci risucchiare dal brodo della contemporaneità. Costruiamo un rapporto solido, costruiamo noi stessi, ricostruiamo le nostre cellule, i nostri denti. Siamo modi della Natura, ma siamo anche i suoi ingegneri.

Tesoro, non ti cambierei per nessun altro al mondo diverso da te.

O uguale o niente.”

“Anche io ti amo. Ti amo al di là di te, e anche al di qua. Ad essere precisi, amo i 5 millimetri di epidermide che separano la tua essenza dai tuoi peli incarniti. Amo la parte dove hai quel po’ di adipe che giustifica i miei 100 chili di troppo. La parte dove c’è tua madre che mi rompe il cazzo e giustifica le corna che ti metto con tua sorella. La parte che contiene l’idea orribile che ho di te e che mi fa digerire la consapevolezza che ho di me. Essendo io il fine, certamente ti amo in quanto mezzo – e ci troviamo proprio al limite della giustificabilità. Ma il punto è che io ti amo anche in quanto luogo: sei la casa dove posso tornare ubriaco, pisciare a terra, vagare in canottiera. Da te vengo a cenare con le coppie di amici, da te porto il mare d’estate e la montagna d’inverno, le capitali europee a Capodanno.

Sei il mio luogo comune preferito.

Sei l’oggetto di tutti i miei desideri di 30 anni fa.

Sei il fiore all’occhiello della mia solitudine.”

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