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P/potere

Oggi i prigionieri politici non esistono più. Si odono però gli echi di qualche disgraziato che pianse il suo mitra, la sua rivoluzione, la sua troppo ansiosa voglia di operare il bene, e di realizzare in terra anche solo un po’ di ciò che riteneva fosse beatitudine.

Non esistono più coloro che nel loro leggere medievale estraevano, faziosi, la dinamite da dispensare contro ciò che oggi appare ancora esistente. Oggi i visi giovani non gridano più all’amore sociale e collettivo, alla riscossa della fabbrica, alla libidine della liberazione dal lavoro; eppure, nel loro manifestarsi, ancora si figurano i medesimi interlocutori dei loro padri, medesimi non nell’età, ma nello stile e nel colore. Persino i più fedeli e fidati stringono accordi con ciò che a dir loro aleggia e protegge; gli stessi che con segreto sorriso beffeggiano le mitomanie, con segreta preghiera ne pregano la conservazione. I più fantasiosi invece abitano piccole sedie difronte piccoli monitors, immersi nell’elaborare come postmoderni Esiodi miti e novelle teogonie di una governance sempre più spaziale. Sono gli stessi che ad un primissimo giudicare figurano ragionieri dai modi terragnoli, e che tuttavia condividono quella primitiva predisposizione a personificare, a dotare di ratio, arti ed artigli ciò che qualche riga prima era solo carta moneta circolante; niente più di metallo ben inciso, o, nella sua forma più attuale, di invisibile transazione.

Oggi vive ancora l’idea del Potere. Nei saggi, negli editoriali, nei sudori di chi lavora, nelle urla di una madre che ha meditato il suo parto, e quindi ha meditato l’amore, nella paura del bimbo a cui viene raccontata la prima giungla là fuori, nel percepire gli ammiccamenti pubblicitari come sordidi e manovrati, nei più paranoici dipartimenti universitari, e così via. Via quante sono le proiezioni, tanto più colpevoli quanto più intellettuali.

Esiste ancora il Potere, e come da sempre, continua a non essere reale. Proprio ciò che viene considerata madre di tutte le finzioni, non approda allo statuto di fittizio. La più grande chimera, matrigna di tutte le derivate, soffia infatti su molta letteratura, respira negli incubi dei poeti, detta il passo agli odierni rivoluzionari cadenzandone miopia e disciplina. E si mostra ancora come ciò che tutto vede, tutto puòte, tutto mangiucchia nel buio del silenzio, tanto più cupo quanto, forse, più suggestivo.

Ed è così che ancora una volta il pensiero stesso, producendo i suoi demoni, disorienta e disamora l’agire. Lo stesso individuare una colpa sovrana ci preserva dall’attuare ciò che sarebbe doveroso attuare. Come il visionario che per timore che l’aria sia malsana sbarra le finestre e rende così malsana quella della sua stanza, così l’idea del Potere nel suo inculcarsi crea servigia. Invece di tesserne di reali, si prosegue nell’elaborare responsabilità finzionali, nel dare al potere ghigno e portamento specifici, e nell’attribuire ad esso l’anfora di ogni sortilegio. Vi sono infinite ragioni di elaborare un Dio; non ve n’è una di elaborare il Potere. Ed è una favola che giova a chi del Potere indossa solo il simulacreo costume, quelle vesti a cui i nostri occhi superstiziosi danno una certa qual importanza.

Si persegue tuttora l’idea di un vano che separa il Potere dagli uomini, che distingue il presidio dal presidiato, colui che decide da colui che è condotto. Ci osserviamo nelle braccia di un cavernale padrone di cui non siamo neanche orfani; perché non abbiamo, e mai l’abbiamo avuto, un padrone. La schiavitù si mostra propriamente nell’arbitrio non cosciente di immaginare un dominio, non nel sottostarvi. Il capriccio culturale è stato pensare che la delega fosse cessione di responsabilità, e che il ceduto fosse perduto. L’ignoranza ha acquisito nuova forma: immaginare un ente che giorno per giorno ci trascende e con perizia sorvola le nostre vite.

Il potere è degli uomini tutti, ed a ognuno di loro è sempre appartenuto. Esso riposa nelle declinazioni dei bisogni, nelle brame singolari, e nella quotidianità di ogni bassezza; e di queste è risultato, non causa. Ogni nostro atto è stato un atto del potere; ogni nostra paura è stata una paura del potere; ogni nostra proiezione è proiezione di un potere che proietta Potere; ogni deficienza è stata una nostra deficienza.

La libertà politica inizia dove si dilegua, nel sonno come nella veglia, la finzione del Potere; l’azione politica si realizza dove non si delega la colpa e dove non si artefa il dominio; la paura della morte si fa umana quando si è capaci di sviluppare ogni possibilità della vita; si può operare il bene quando si è in grado di assumere il torto dell’inazione. Si dà cambiamento solo se si è capaci di essere nemici di sé.

Smarks


Silvio Parrello – La morte di Pasolini

Silvio Parrello, detto Er Pecetto, continua a dedicarsi alla ricerca della verità sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Avendolo conosciuto in giovinezza, fu testimone diretto delle intricate vicende che portarono alla tragica fine del poeta. Da allora, ha provato in vari modi a riportare l’attenzione su questo crimine irrisolto, ma i suoi appelli sono sempre stati frustrati dall’unica verità stabilita, ovvero la colpevolezza del solo Pino Pelosi.
Sebbene in queste righe si occupi solamente degli esecutori materiali dell’omicidio, lascia comunque capire come la regia di quella sera sia stata molto accurata.
Si ricordi che si tratta della personale verità di Silvio Parrello, e che la Verità, quella perfetta, è forse destinata a rimanere imprigionata nella più buia burocrazia.

Indagine sul delitto di Pier Paolo Pasolini

A distanza di oltre dieci anni dalla mia personale indagine sulla morte di P.P.P., emerge con chiarezza una verità completamente diversa da quella processuale. Iniziamo dall’incontro che Pasolini ebbe con Pelosi alla stazione Termini la sera del 1° novembre 1975. Non fu casuale, ma fu un appuntamento già fissato in precedenza, in quanto i due si frequentavano da alcuni mesi. Quella notte il ruolo di Pelosi era solo quello di accompagnare l’intellettuale ad Ostia per recuperare le bobine del film ‘Salò’, che i due fratelli Borsellino, amici di Pelosi, avevano rubato su commissione a fine di estorsione; fu a quel punto che scattò l’idea dell’omicidio. Quando Pelosi e Pasolini finirono di cenare al ‘Biondo Tevere’, montarono in macchina e si avviarono in direzione di Ostia. I due furono seguiti dai fratelli Borsellino in sella alla loro Vespa e da una moto Gilera 125 rubata guidata da Giuseppe M. Lungo il percorso si accodarono una Fiat 1500 con a bordo tre balordi, che successivamente massacrarono di botte il Poeta, ed un’Alfa Romeo simile a quella di Pasolini, con una sola persona, la stessa che investì e uccise lo scrittore schiacciandolo sotto le ruote. Alla fine della mattanza, quando i sicari fuggirono, sul luogo del delitto rimasero solo in due: Pino Pelosi e Giuseppe M., che presero la macchina del Poeta per scappare. Percorsi pochi metri Pelosi si sentì male, scese dalla macchina e vomitò, mentre il suo ‘caro’ amico proseguì la fuga, e, giunto sulla Tiburtina, abbandonò l’Alfa Romeo di Pasolini, e si dileguò. Pelosi, rimasto all’Idroscalo solo e appiedato, venne fermato ad Ostia a Piazza Gasparri dalle Forze dell’Ordine, a poche centinaia di metri dal luogo del delitto.  Alle tre del mattino, due ore dopo l’omicidio, due poliziotti telefonarono a casa di Pasolini all’Eur, comunicando alla cugina Graziella Chiarcossi che la macchina di P.P.P. era stata trovata abbandonata sulla Tiburtina. Di questa telefonata la Chiarcossi ne parlò più volte con Sergio Citti, il quale, cinque mesi prima della sua morte, verbalizzò il fatto alla presenza dell’avvocato Guido Calvi. Durante il processo, l’automobile di Pasolini fu periziata dai periti Ronchi, Ronchetti e Merli, e si capì immediatamente che si trattava di una blanda e superficiale perizia; i tre non si recarono mai sul luogo del delitto. Al contrario, quella presentata da Faustino Durante, nominato dalla famiglia, è ben diversa, e appare con chiarezza che ci fu un’altra macchina ad uccidere l’intellettuale. All’indomani del delitto, quella stessa automobile fu portata da Antonio Pinna in riparazione presso una carrozzeria al Portuense. Il primo carrozziere, Marcello Sperati, viste le condizioni dell’auto, si rifiutò di eseguire il lavoro, mentre il secondo carrozziere, Luciano Ciancabilla, la riparò. Il 12 Febbraio 1976, nell’indagine sull’omicidio di P.P.P., il maresciallo dei carabinieri Renzo Sansone fa arrestare i due fratelli Borsellino. La notizia venne data alla stampa il 14 febbraio 1976, lo stesso giorno in cui scomparve Antonio Pinna, la cui auto fu trovata all’aeroporto di Fiumicino, e del quale non si seppe più nulla fino al venerdì di Pasqua del 2006. Quel giorno venne a trovarmi nel mio studio di pittore e poeta un sedicente figlio di Antonio Pinna, tale Massimo Boscato, di cui nessuno conosceva l’esistenza, neanche i parenti più stretti, nato da una relazione tra Pinna e una donna del Nord Italia. Il sedicente figlio era alla ricerca del padre, e, tramite un suo amico che prestava servizio alla DIGOS ed una ricerca condotta da lui stesso, risultava che Antonio Pinna era stato fermato a Roma nel 1979, alla guida di un’auto con la patente scaduta. Oltre a questo, il fascicolo che lo riguardava recava la dicitura TOP SECRET.
Questa è la mia verità, ma purtroppo non posso documentarla.

Silvio Parrello
Roma, 19 luglio 2011


Private Relazioni

Piacere, sono X, non ci siamo già visti da qualche parte qualche volta?
Sì, ne sono sicura anche io.
Stupendo. Hai da fare stasera?
No, sono single.

(sesso)

È stato troppo bello, lo rifacciamo fino ad annoiarci?

(sesso) (sesso) (sesso)

Ehi, ti devo parlare.
Tutto qui?
No, dai, scemo.
Non ti permettere, puttana.
Ok scusa. Comunque ti volevo dire che mi sa che mi sto affezionando… Posso chiamarti Centoquarantaquattro?
Va bene. Ma non ti sembra di correre un po’ troppo?
“La vita è una sola”, va ripetuta fino in fondo.
Quantevvero. E io allora posso chiamarti Sessantadue?
È un piacere. È stato un piacere.
Beh allora ciao eh.
Ciao, buone cose.
Ti amavo, eh.
Ah, sì, scusa. Anche io. La verità è che ti rendi conto di quanto ti serva una cosa solo quando non ce l’hai più.
Quella cosa.
(QUELLA COSA).

Ciao mamma, sto bene ma mi manca l’assoluto.


Autobiografia di un lavoratore intellettuale

Autobiografia di un lavoratore intellettuale dell’epoca post-postista.

Mario Rossi scrive in terza persona per dare un tocco di spensieratezza e irrealtà alla descrizione di sè, ahisè realmente esistente.

Mario Rossi, in “arte” “Mariossi”, nasce in un paesino dell’Emilia Romagna, o ultimamente anche di Puglia/Basilicata/Sardegna, e vive a Milano. Vive è una parola esagerata, diciamo “sopravvive”, aggiungendo subito che è troppo anche questo, quindi “soprasopravvive” e così via.
Per lavoro (mai usare questo termine se non nell’epiteto lavoroprecario) fa degli hobby banalmente stravaganti, ma mangia grazie alla moglie che stravede per lui a causa della formazione culturale imteriale (da non dire), grazie alla attardantesi paghetta dei genitori in quanto figlio unico o al massimo doppio (da non dire), e grazie ai soldi che talvolta gli versa il/la webzine, che parola di merda, per la quale scrive (da accennare superficialmente e finto-scontentamente).

Mariossi non ha figli, non sarebbe un buon padre. A volte non lo è neanche per sé stesso. (Non ha senso, ma dirlo).

Mariossi ama elencare le cose che ama, ma anche dire “ma anche”, e poi (“e poi”) il cornicione della pizza, l’odore delle nevicate primaverili, le buoneserietelevisiveamericane, (“Ah, le vecchie buone serie televisive americane di una settimana fa”) (tra l’altro immediatamente identificabili nell’immaginario comune imteriale, e immediatamente distinguibili dalle riprovevoli cattiveserietelevisiveamericane), spulciare il giornale da cima a fondo compresiglioroscopi compresiinecrologi, ammirare i gatti neri mentre gli attraversano la strada davanti tanto ormai […] (fare dell’ironia proseguendo a piacere la frase), cacare leggendo Topolino.

Se non si fosse capito dal fatto che è un intellettuale dell’epoca post-postista, Mariossi non può fare a meno dei gatti. Gli piacciono di tutti i colori, di tutte le razze e di tutte le religioni. (Mariossi intende chiarire a tutti di volersi lasciare alle spalle i luoghi comuni, per esempio anche quello sui cani che sono molto più affettuosi dei gatti che invece sono fredde sanguisughe opportuniste viscide) (anche quando questo fosse un fatto vero e comodamente verificabile da tutti).

(Varie ed eventuali).

 

Autobiografia di un lavoratore intellettuale onesto dell’epoca post-postista.

Mario Rossi vorrebbe scrivere un’autobiografia “banale”, vecchio stile, spinto dalla voglia di distinguersi dagli altri lavoratori intellettuali. Ma già la voglia interiore di distinguersi in questi ambiti effimeri lo fa ricadere in trappola. Lo fa ricadere nel tragico movimento circolare del suo tempo. Ah, il suo tempo. Ah, il terzo uomo. Mario Rossi non sarà mai un’opera d’arte. E’ per questo che si impegnerà nell’unico campo a lui, uomo del post-postismo imteriale, rimasto. Il metateatro.


Noi precisiamo

Noi giornalisti della carta stracciata, noi farisei a presa rapida, vorremmo precisare alcuni aspetti in merito alle guerre nord africane che potrebbero essere risultati poco chiari nelle nostre piccole interferenze tra le pubblicità di prima serata.

Noi precisiamo, ad esempio, di sapere che il motivo per cui libici/tunisini/altro fuggono dai loro paesi è unicamente la guerra. Noi ribadiamo che questi sono profughi di una guerra di democratizzazione e di liberazione da crudeli despoti.

Noi sappiamo che questi profughi stanno lasciando la loro ricchezza e prosperità perché recentemente hanno visto i propri diritti politici venire negati dai loro stati nazionali.

Noi ricordiamo che l’emigrazione da questi paesi è un fenomeno nuovissimo, risalente proprio all’inizio di queste guerre civili. Costoro non vengono per fame. Non sono mai venuti per fame, ma vengono adesso per la prima volta perché in patria sono ritenuti scomodi. La pagliuzza che gli ha infastidito la vita è stata il baciamano di Abberlusconi (cit.), in veste di presidente del consiglio, a Gheddafi, e non i miliardi di euro che il privato imprenditore Silvio Berlusconi e molti altri più di lui eventualmente investono in quei territori speculando dietro e sopra le ignare spalle economiche della popolazione indigena.

Noi ribadiamo che la soluzione per la felicità di queste persone è a un passo: basterebbe smettere i baciamano, condannare apertamente e televisivamente i regimi antidemocratici, aprire tutte le frontiere e spingere così tutta la popolazione africana a provare a venire nell’Europa felix, e la metà che non annega, tenerla amabilmente, illuminatamente, spensieratamente a vendere fazzoletti già pianti al semaforo.

Noi puntualizziamo che questa, come del resto tutte, è una battaglia ideologica, è la guerra tra il governo del bungabunga e il popolo lavoratore e lettore del Fatto Quotidiano, è il tragico conflitto tra le amazzoni del raìs e una nazione affamata che vorrebbe umilmente, anche-facendo-dei-sacrifici, avere accesso al diritto ad un profilo facebook da gestire dall’Ipad.

Noi sappiamo quindi che non si tratta di questioni economiche, tra pochi individui che, nella loro sfera privata, quando rincasano dalle pagliacciate pubbliche, decidono realmente come spartirsi il mondo e gli animaletti che si ostinano ad abitarlo. E anche quando lo dovessimo sapere, non lo diciamo, perché non è certo questo il movente interessante di questa storia, non è questo ciò che un onesto trafficatore, la sera a cena, non prima di aver ringraziato il signore per questo cibo che ci ha donato, vuole sforzarsi di comprendere.
Ed essendo questi, infine, la nostra fonte di sostentamento, il nostro motore primo, il nostro utilizzatore finale, continuiamo ad alimentarlo e farci alimentare, abbeverarlo e farci abbeverare, vicendevolmente.
Gli animaletti, purtroppo, vogliono essere imboccati.

 

 

Voi,

pastori di impressioni,
costruttori di incertezze,
allevatori di umori ventrali,
mieterete superficiali consensi

o superficiali dissensi,
e subito sprofonderete
silenziati
a concimare quei vostri campi.


untitled #4

– Un ulteriore tardivo, inutile, vile, comodamente seduto, contributo nel mare di parole, dopo (sempre dopo) i fatti (sempre fatti) accaduti. –

È inutile piangere sulle nike comprate.

Hai dato un grande segno ai superstiti, se ce ne fosse stato bisogno, di disperazione nel futuro. Sei morto solo, rappresentandoci l’anteprima di quell’intera striscia di mondo -a sua volta anteprima e remake di infinite altre-.

Ma non è vero che noi ti abbiamo abbandonato. Non ti avremmo mai negato un paio di nike cementate dove infilare i piedi. Sei tu che hai rifiutato, sei tu che te ne sei andato. Noi al massimo, da bravi educatori, ti abbiamo lasciato liberissimo di sbagliare, di urlare nel sottovuoto, di respirare nel sottovuoto.
E adesso muori, chiudi gli occhietti. Lasciaci pensare che alla fine sia tu a volerci imitare.

Hai combattuto la tua battaglia contro il mulino a vento. E abbiamo vinto e vinceremo noi, ma solo grazie al vento che siamo. Tu almeno hai combattuto personalmente, e questo, si sa, è tutto ciò che nella realtà è dato fare.

Vittò, la ragione, è dei morti.

http://official.fm/tracks/222084?size=small&skin=151


Ricetta Tory

  • Prendete una religione. Cogliete un popolo fresco fresco di violenze. Mischiate e strumentalizzate insieme.
  • Prendete un libro, possibilmente già mistificato. Rimistificate a lungo. Strumentalizzate con l’impasto precedente.
  • Scegliete una teglia in base alle esigenze del miscuglio ottenuto. Se nella teglia c’era già del cibo, mettetelo nella ciotola davanti alla striscia del cane, così i cattolici della comunità internazionale non potranno lamentare il fatto che il cibo non si butta.
  • Prendete un mattarello e bastonate eventuali grumi di incrostazioni della teglia. (Il miscuglio in sé dovrebbe essere abbastanza psicomogeneizzato).
  • Fate accendere e surriscaldare il forno (preferibilmente a norma UN) dalla puttana di vostra mamma.
    (Evitate di piagnucolare troppo sull’utilizzo storico del forno. Le ricette migliori si ripetono ciclicamente).
  • -Lastly, but not least- Ricoprite zelantemente e continuamente il miscuglio con zucchero a coltre, per rendere il tutto più dolce, falso, mistificato, dimenticato, taciuto, oscurato. Placido.
  • Allontanatevi, giratevi dall’altra parte e fatevi guardare dalla televisione. Se vi sembra che il cocktail si sia stabilizzato, potete infornare.

Q. b.?


Favole per anziani #5

Una notte sognò la rivoluzione. Era lì davanti a lui, perfetta, integra.
Si guardarono soddisfatti. Sazi. Finalmente si possedevano.

La mattina si alzò con le idee chiarissime. Voleva fare qualcosa. Innanzitutto si inventò un linguaggio, che potesse vagamente veicolare quel sentimento. Poi istituì un’organizzazione, organizzò un’istituzione, ordinò e coordinò, divise ruoli, arruolò divise.

Quindi andò, per le strade e per le piazze, per i campi, per i nomadi, per le case e per le cose del mondo, ispirandosi, o volendosi ispirare, o avendo voluto volersi ispirare a quello che -appena la notte prima- aveva conosciuto così intimamente.

Distrutto, tornò a letto.

Se avesse anche solo provato a paragonare la tiepidezza dei risultati storicamente raggiunti, al calare della sera, col calore della rivoluzione, quella notte non sarebbe riuscito ad addormentarsi.
Non si sarebbe più ritenuto degno di accogliere, eventualmente, un’altra volta, un altro sogno.

 

Fare è limitarsi a fare.

 


untitled #3

(tratto dalle interviste di sempre)
-Ad un certo punto, non so, è venuto qualcuno. È avvenuto qualcosa. Tutta la potenza che avevamo, che aleggiava, che c’era e lo sapevamo, beh tutta questa potenza è stata sussunta, riassunta, inscatolata, imbottigliata,murata, armadiata, cassettata, molta cestinata. La più immane, (ed era la più immane),è stata ridotta ad oggettodicriticapositiva.

-Io non so bene, ma da quel momento è stato diverso. Prima eravamo immersi nella natura, eravamo cose tra le cose, anime ed animali, senza occhiali da luce, senza plexiglass antiproiettili. Se succedeva qualcosa sotto i nostri occhi o sotto le nostre orecchie o sotto i nostri polpastrelli, il cuore se ne accorgeva. Accelerava, o decelerava, o si fermava.
Poi invece, non saprei veramente dirle come, smettemmo. Iniziammo a parlare, discutere, disquisire, «di’ “squisito”! », dibattere, divergere.
Ma niente, e dico niente, potè mai più sfondarci, sconvolgerci, stuprarci, nè anche solo distrarci.
Niente veniva riferito più al tutto, posso assicurarglielo.
Per ogni cosa veniva trovato il suo posticino, da qualche parte, solitamente anfrattini, angolini, sottoscalini.
Niente fu mai più troppo grande.

-Alcuni lo chiamano imborghesizzazione dell’arte. Altri lo chiamano inartismo della borghesia. Uno disse addirittura che if we admit that human life can be ruled by reason, then all possibility of life is destroyed.

-Io le chiedo solo una cosa: le è mai capitato, negli ultimi secoli, di vedere un umanoide a cui si pieghino le ginocchia davanti al peso di qualcosa di veramente pesante?


La legge sull’aborto spiegata ai bambini (che ce l’hanno fatta)

ovvero: sull’impossibilità di dire – su questo argomento – “è una tragedia, ma è giusto che sia legale”, oppure “per me l’embrione è vita, ma lascio libero chi la pensa diversamente di agire come crede”, e altri gustosi ossimori.

Carissimi bambini, procederemo adesso ad una rapida disamina formale della legge 194/78 della Repubblica Italiana, cercando di verificare se, qualora, eventualmente forse, vi si trovino dei vizietti di carattere logico.

Dunque, schematizzando l’ampia rosa delle opinioni ma mantenendo un margine di errore inferiore allo 0,000001%, cioè le inschematizzabili opinioni dei signori politici, ci sono due linee di pensiero. Secondo la prima l’embrione umano non è vita (o non lo è pienamente) (eh?), e questo significa che non lo è né il primo giorno del concepimento, né tre mesi dopo, né in nessun momento prima di uscire dal grembo materno. È la mamma che finchè ospita al suo interno l’embrione, cioè fino al parto, ha piena sovranità su di esso (affermazione che equivale spiccicatamente a quella più graziosa che recita “l’embrione ha dei diritti ma ne ha meno della mamma”, visto che l’insieme “dirittidell’embrione” è strettamente contenuto nel più vasto insieme “dirittidellamamma”.)

La seconda fazione invece -per qualsiasi motivo la cui natura, sia essa religiosa o sociale o scientifica o sciamanica, non ha nessuna importanza- pensa l’esatto opposto: l’embrione è, fin dal concepimento, cioè dall’istante successivo alla fecondazione dell’ovulo da parte dello spermatozoo, una vita umana, degna di godere degli stessi diritti della mamma, del papà, dello zio e di qualsiasi altro essere umano. Per costoro l’aborto ha la stessa identica gravità, ed è paragonabile sotto quasi tutti gli aspetti, all’omicidio.

A favore dei meno arguti, o dei meno avvezzi al ragionamento, o dei non italoparlanti, apriremo ora una piccola parentesi sul significato della parola compromesso. “Compromesso”, dal greco “compromesso”, dal latino “mettere compro”, dall’italiano “Capezzone”, è un punto di incontro a cui pervengono due parti inizialmente belligeranti, ove ci sia un -anche minuscolo- terreno di -anche minima- convergenza dove stabilire il suddetto.
Per fare un esempio, se Marco vuole un leccalecca al cioccolato, e Luigi lo vuole alla banana, nonostante possano averne solo uno possono arrivare al compromesso di prenderlo al gusto “banana e cioccolato”.
Ma, posto che Marco voglia un leccalecca sferico e Luigi cubico, domanda: ha senso inventare un solido chiaramente diverso sia dal cubo che dalla sfera, che ricordi lontanamente, goffamente, populisticamente entrambi?
La risposta era “No”.

Tornando alla questione dell’aborto, le due correnti giungono ad un punto in cui la situazione va chiarita attraverso una legge, la quale teoricamente avrebbe dovuto essere almeno concorde alla volontà della maggioranza della popolazione (per rendere la questione ancora più semplice di quanto già sia, non consideriamo l’influenza che dovrebbe avere, ad esempio, la Costituzione).
Morale (?) della triste favola, l’aborto è legalmente praticabile solo nei primi tre mesi di gravidanza, o al massimo nei primi sei nel caso in cui la donna o il feto bla..bla sempre dietro consultazione bla..bla.

Pensierini:
Se io eventualmente pensassi che l’ebreo sia una persona, dovrei forse permettere a Luigi, nazista, di uccidere qualcuno o qualcosa che io ritengo qualcuno e che ha gli stessi unici diritti miei e di Luigi? A fronte di questa barbarie, che beneficio mi potrebbe recare il fatto che Luigi uccida solo gli ebrei più deboli, i più storti, o comunque solo quelli che non hanno compiuto 33 anni?

D’altro canto, se io, abortista e cerettista, non credessi che l’embrione sia più di un mucchietto di cellule esattamente come un mio pelo addominale, accetterei mai che Marco decida quando posso strapparmi il suddetto pelo della pancia, o se è necessario che sia un pelo incarnito per strapparmelo dopo la prima scadenza? Potrei mai, ogni volta che devo cerettarmi frettolosamente la mattina, passare prima a casa di Marco perché deve provare a convincermi sul fatto che in effetti lui a quel pelo ci tiene tanto, alla fine un pelo è sempre un pelo, e poi la gente glabra lo adotterebbe immediatamente, e i pelati comunque non lo butterebbero in questo modo barbaro,
e tc.?

Io no, però a ben vedere, se la mia posizione di persona nata, in entrambe le visioni, risulta evidentemente privilegiata solo e solamente grazie alla incivile (in senso letterale, cioè precivile) legge del più forte, e quindi tutto sommato effettivamente anche qualora la legge non raggiungesse proprio la perfetta circuitazione logica di un discorso, sarei tendenzialmente portato comunque a sbattermene il cazzo, allora forse sì.


Favole per anziani #4

C’era un signore importante che diceva un sacco di parolacce. Ne diceva e ne sapeva veramente tante, e le aveva insegnate a tutti i suoi amici, parenti, amicidiamici (amava l’autoapprendimento), conoscenti limitrofi confinanti, insomma a tutto il pianeta. Ovviamente in breve tempo diventarono la lingua ufficiale.
Poi, un giorno a caso, i benpensanti –quelli che solitamente usano parolacce forbite tipo Arcigay, dicolore, (capra)ⁿ, “bioparco”(cit.)– scesero dal loro piedistallo e si ribellarono radicalmente a questo
andazzo:
“Cazzo,                              (tra di essi si malcelavano timidamente anche dei poeti)
Che pianeta di merda che è diventato da quando quello stronzo ha iniziato a dire tutte quelle parolacce.”

E allora anche il popolino, magari in maniera un po’ più rozza, cercava di apparire piuttosto stanco della situazione. Dunque insieme, popolino e benpensanti, si misero alla ricerca di qualcosa di più ricercato, qualcosa di trendy ma mai eccessivo, qualcosa da abbinare signorilmente con tutti gli altri signori importanti. Qualcosa che potesse coprire con una lieve, insignificante suoneria di parole la loro inesorabile marcia verso il baratro. Cercavano e cercavano, ma alla fine niente.

Il solito culo.

Poi un giorno, prima o poi o mai, qualcuno o nessuno venne ad indicargli la via, ma tutto questo è marginale e secondo alcuni incerto. Ciò che ci è dato sapere con sicurezza è che mandò un profeta innanzi a lui, per preparare il mondo alla luminosa Verità, affidandogli l’assordante monito:
“In verità, in verità vi taccio. Shhh.”


de mentiale

Si vuole dimostrare che il demenziale sia il nuovo linguaggio delle “intelligenze”, ove per intelligenze si intendano i soggetti che si oppongono, anche -e soprattutto- solo in forma teorica, all’ordine sociale, economico, politico, religioso, blabla, vigente; ordine che chiameremo Imtero.
Per la definizione di demenziale invece, vista la complessità dell’argomento, ci si limiterà a considerare come aspetti caratterizzanti
1)l’essere ridicolo, contrastando la logica comune, interrompendo il sillogismo della norma delle cose, e
2) l’essere totalmente privo di contenuto.

Dunque gli “intelligenti”, nel loro immediato e naturale moto di ribellione, si trovano da subito in una situazione paradossale. Sono completamente immersi, imbevuti, posseduti dall’oggetto della loro critica. Ne sono indistinguibili. Sono, in effetti, il loro proprio bersaglio, e non riescono perciò neanche ad ipotizzare un orizzonte reale che ricomprenda essi stessi e non l’avversario.

A questo punto si verifica un primo violento fenomeno di frustrazione. I più ingenui e volenterosi, in buona fede, si lanciano comunque in un tentativo di discorso critico verso ciò che li circonda, ma a causa della loro onestà intellettuale, molto presto diventano “non credibili” ai loro stessi occhi, e iniziano quindi a ridere scompostamente e istericamente. Dissociatamente.

Altri invece si prodigano nella satira impegnata, e raggiungono talvolta l’illusione di aver aggirato il problema della loro contraddizione esistenziale. Non si rendono conto, invece, che la satira ormai prende di mira solo aspetti  particolarmente grossolani, ereditati da vecchi mondi – i quali, analizzati oggi, nonostante le loro ingiustizie offrivano almeno l’illusione di una via d’uscita praticabile – e che quindi attualmente risultano insostanziali.
Qualora la satira riuscisse, in rari casi, ad essere veramente assoluta, non potrebbe comunque mai essere convinta, perché violerebbe il principio di non contraddizione, e ciò è riservato solo al mondo reale – nella fattispecie della morte – e non alla mente umana.

L’unico metodo di lotta coerente che dunque si offre al ribelle è il suicidio. Nonostante la “universalmente-riconosciuta” sconsideratezza e inutilità del gesto, si potrebbe ravvisare in esso un ipotetico fine anti-imteriale, consistente nel sottrarre mercato al Mercato, sperando in una sua eventuale estinzione e successiva presa del potere da parte di organismi ancora non contagiati dal virus. Ma questa  sarebbe una previsione del tutto utopica, visto il generalizzato e radicato assenso dei prodotti-producenti-acquirenti nei confronti del Mercato, e -ancor di più- l’attaccamento dell’uomo alla vita.

Alla luce di queste considerazioni, e sempre con il pianto dietro agli occhi sorridenti, l’intelligenza si diverte ad infrangere le proprie regole, a cortocircuitare sé stessa volontariamente.

Si concede, in pratica, questa forma di follia (ancora) non patologica: il demenziale.


untitled #2

Esiste un mondo, oggi, dove i ciechi urlano e si ammazzano di
carezze per rivendicare quello che dicono di vedere.

In quel mondo, oggi, quelli che vedono
piangono, e silenziosamente muoiono.

 

Abbiamo fatto l’Italia. Accontentiamoci.

 

 

 

 

 

(mettete il player a 720p. se mandate avanti siete stupidi.)


L’importanza di essere Pennello

Iniziamo dal momento in cui il pittore uscì di casa. D’accordo sì, il quadro era bello che finito. Però aveva lasciato tutto in disordine: pennelli, spatoline, colori, colorini. Il volto della fanciulla che aveva dipinto trasmetteva armonia, va bene,  ma non basta: tutti i colori quella sera sembravano ubriachi. L’idea, va detto, fu collettiva, e tutti i colori imbrattarono una tela nuova. Nulla di più bello per i colori, che notoriamente, perché si sa, da soli sanno solo rovesciarsi.  “Fico fare le cose da soli”. Tipico pensiero del colore. Eccoli dunque tutti copulare, sovrapporsi smodatamente, e dar  luogo ad un’ibridanza oscena di se stessi. “Bella cacata”, “Bella sì”, “Sì sì, splendida” si celebravano. Per anni e danni, continuarono.

In tutto ciò, fatto importante, i pennelli non contavano più nulla. Per delega del pittore, continuavano ad insegnare il tratto e la stesura corretti, ma i colori nel mentre gli bruciavano i peli, e li filmavano con il cellulare. I colori ormai si spartivano le tele, si cacavano sopra, e se le vendevano e compravano tra loro. “È il mercato, e prima ti lanci, magari di testa, prima vendi la tela”, altro tipico pensiero del colore. I colori si arricchivano, i pennelli erano ormai troppo secchi, e sempre più depressi. Non è che volevano arricchirsi, affatto. I pennelli non devono essere ricchi, dicevano i pennelli ai pennelli. Volevano solo fare i pennelli, così come il pittore gli aveva lasciato detto.

Ecco, questa storia non ha un lieto fine. Adesso uno si aspetta che il pittore torna e punisce i colori facendoli sniffare al suo gatto. No no. La notte è lunghissima, il pittore non torna, e i colori si fanno i quadri e si fanno di quadri. Tutto da soli.

“Bella sì”. “Sì sì, splendida”.

Smarks


Favole per anziani #3

“A papà, io in quell’università non ci voglio andare, non mi interessa la Schiavologia.” Così diceva il figlio antico al padre moderno. “Fio mio, forse è da un po’ che non guardi la televisione, ma a Schiavologia ti ci devi iscrivere per forza. Magari per te, i tuoi libri e le tue stronzate non sarà il massimo, ma ormai le classi di Giuslavorismo vanno ad esaurimento, quando finiscono gli ultimi verrà chiusa definitivamente. E poi voglio vedere cosa faranno nella vita, a parte impazzire.” Però niente, il figlio antico non ci voleva proprio andare. Diceva che la facoltà di Schiavologia non c’entrava niente con i suoi studi classici, che avrebbe dovuto formattarsi dalle basi per studiare roba del genere, e che a quel punto preferiva andare a fare lo spazzino, (“E basta con questa pagliacciata da complessati dell’operatore ecologico!”), almeno faceva qualcosa di utile per i marciapiedi della sua città e gli idealisti che ci si trasferivano ogni giorno.

In famiglia, ovviamente, tifavano per il padre. Per esempio, il figlio antico aveva un fratello, il figlio moderno (in realtà non erano proprio fratelli, quello moderno era stato adottato perché era nato povero di soldi), che si era già iscritto a Schiavologia, e aveva un’ottima media, era abbastanzaaldisopradellamedia, aveva subito imparato la nuova lingua biforcuta, aveva subito dimenticato i vecchi concetti. Certo, per lui era più facile, veniva da mondi dove le persone si fanno ancora combattere per il pane, quindi una facoltà o l’altra gli era indifferente, basta che si mangiava, e la mensa di Schiavologia era quasi famosa per i suoi biscottini all’anicuro.

Tra i parenti, l’unica che cercava di rompere l’embargo verso il figlio antico, allungandogli ogni tanto un soldino, era nonna Itala. Non tanto perché condividesse la sua lotta, ma solo perché gli voleva bene, e gli faceva tenerezza a vederlo senza la paghetta. Nonna Itala era tanto buona, tanto cara, ma era vecchia, e ormai aveva perso tutta la sua lucidità, la sua attualità. Quando parlava con il padre, annuiva, ma non capiva niente. Acconsentiva a tutte le sue proposte retoriche solo per stanchezza, per mancanza di forze, per inerzia.
E infatti dopo poco diventò un vero e proprio vegetale, gli ultimi pochi soldi che le rimanevano servivano per sostentare gli ultimi parassiti, e per il nipote antico non le rimaneva più niente. Costui quindi mantenne la sua posizione per un po’, ma quando si accorse, sorpresissimo, che era scomodo quanto un discorso di fine anno di nonna Itala, dovette iscriversi. E frequentava, dava anche gli esami, ma non si fece mai prendere come i suoi compagni moderni. Loro per alcune cose erano veramente dei mostri.

Alla fine, finalmente, finì che la nonna Itala morì di inutilità, e la sua eredità andò al padre moderno, anzi a tutti gli altri padri moderni che il padre moderno avrebbe sposato o che avrebbe lasciato o dai quali sarebbe stato lasciato, e quindi alla fine all’ultimo, grassissimo e risposatissimo padre che sopravviverà.

Il  figlio antico invece, morì quasi subito, di bradicardia. Fece appena in tempo a scrivere sul muro del cesso dell’Università il testamento del proprio nulla:
-Quando venite a fare la rivoluzione, portatevi il pane da casa.-


Partriti

I numeri erano già tutti lì. Zero correva veloce però, perché anche lui, come tutti gli altri numeri e affini, era stato chiamato a partecipare.
Era molto in ritardo, e quando arrivò, il numero Diciassette già proclamava sguaiato: “Chi blablabla metta il dito quassotto!!!” Zero era molto affannato, ma lo stupore per un attimo gli asciugò il sudore, facendogli pensare: “Che bello, mi ricorda quando andavo all’asilo”. La scena continuava, e Zero era ancora dietro una massa di numeri attoniti nel guardare i due sfidanti. “E chi blablabla metta il dito quassotto!” Era passata una Frazione di secondo, una bella squinzia, e tutti i numeri che circondavano Zero si erano sparpagliati e poi riuniti attorno ai due enormi numeroni, che ora li tenevano sotto la loro mano come due grandi cucciolate. Esordì Novanta questa volta: “Noi saremo i Più.” La cucciolata di fronte rispose con un brusio generalizzato, che si tradusse in una rilassato controcanto di Diciassette: “E noi saremo i Meno.”

Tutti i numeri si calcolarono rapidamente, e notarono che in effetti i Più erano un po’ più dei Meno. Anzi, i Meno erano decisamente meno dei Più. Zero non si calcolava, ma era rimasto a guardare, proprio come faceva all’asilo. Novanta venne al Punto, che gli reggeva il microfono: “Noi siamo per l’abolizione delle Equazioni! Non è ammissibile che se un numero si calcola bene e meglio di un altro esso continui a stare in questa assurda relazione con un numero cretino!” Gli Assiomi intanto fungevano da servizio d’ordine, e non facevano altro che spingere i numeri dei Domini dietro il culo dei rispettivi capi. Zero iniziava a capirci qualcosa. “A bbuffone! Noi le Equazioni le continueremo a finanziare, fino a che saranno in grado di rimediare alle difficoltà delle Frazioni e dei Decimali! Piuttosto, limitate le Funzioni, che non aiutano quei numeri che nascono negli Insiemi più poveri!” Zero continuava a capire.
Era praticamente rimasto al centro della piazza Euclidea, solo, immobile, e muto. Si levò una voce dal Dominio dei Più: “Zero! Devi scegliere a quale Dominio appartenere!” “L’asilo” si confermò Zero, che timidamente prese la parola: ”Emeriti Numeri, non vorrei deludervi, ma ora sono molto perplesso, sebbene abbia le idee mooolto chiare. Ad  esempio, mi sembra che le Equazioni non siano giuste senza le Funzioni. Non so, forse esiste un modo per sostenerle entrambe…e poi…ho delle idee un po’ schizoidi ora che ci penso…penso ad esempio che una Variabile, anche se ancora non denota nessun numero reale, non debba essere soppressa. Non solo, ho fortissimi dubbi sul fatto che due numeri Pari, e non un numero Pari e un numero Dispari, possano accudire al meglio una Potenza…ma queste sono solo poche delle Ipotesi che coltivo…ah ecco, a proposito…temo quegli Assiomi che vi spingono..rivaluterei molto le Ipotesi che curo ogni giorno nel mio giardino…detto questo, non saprei proprio dove collocarmi…”.
Ormai fiducioso,  Zero proseguì: “Supponiamo – Novanta non usava esordire così, e nemmeno Diciassette –  che io ora metta il dito sotto Novanta. Allora devo darmi a tutti gli Assiomi di Novanta, e pensare solo con la spinta di essi. Ma io non sono d’accordo con tutti gli Assiomi di Novanta, e nemmeno con tutte le sue attuali proposte; ne segue che io non posso mettere il dito sotto Novanta.  La stessa dimostrazione vale per Diciassette, che lo sappia, che pure se comanda i Meno e conta di meno, non mi intenerisce…”. Detto ciò, abbandonò la piazza.

Zero si era sentito impeccabile. Dopo il discorso, fiero, si era pure tatuato sulla spalla C.V.D.. Ora  però vagava per il suo Insieme, piuttosto aristoborghese, con il suo cane Lemma, lentissimo, e si convinceva sempre di più che quei due Domini erano la naturale deduzione di un sistema formalizzato, di cui piazza Euclidea era solo uno simpatico Esercizio. Tutto gli appariva giusto. D’altronde, pensava, siamo in matematica. Si scandiva allora che i Domini erano i-ne-vi-ta-bi-li; che i numeri avrebbero continuato a raggrupparsi, a farsi tanto tanto calore, e ad adagiare il loro bucio sui sempre più palestrati Assiomi.  Avrebbero continuato sì a coltivare lunghi canneti di Ipotesi, ma solo per poi fumarseli, giustificandosi: “Perché le Ipotesi te salgono troppo, zzì”. ‘Zzì’, dicevano.

L’unica domanda a cui Zero non riusciva ancora a dare dimostrazione era: “Io, Zero, che cosa xyzzo devo fare?” Suonava semplice.

Poi un giorno, uscito dalla doccia, guardandosi lo spazio vuoto che gli stava nel centro, capì un po’ tutto.
Anzi, forse lo aveva sempre saputo.

Lui era lo Zero, e lo Zero, in matematica, non deve fare la differenza.

Per Simone Weil,
Smarks


Cani Afro

Essere negri, negri aborigeni, oggi non è affatto male. Certo, non avremo una spiccatissima intelligenza, né emaneremo un profumo lievissimo, però sicuramente non ci mancano le prospettive per il futuro.
A riempirci il cuore di speranza fondamentalmente ci sono tre categorie.

D’estate ad esempio ci sono i ragazzi che vengono a visitarci, ragazzi bianchi, buoni, biondi. Ci portano le cocacole, ci riportano i palloni da calcio. Piangono molto, ridono molto, hanno molte emozioni in arretrato.
Poi ad un certo punto, massimo un mese, se ne vanno, questo è ovvio. L’effetto-Africa dura una settimana, questo è chiaro. Ma l’Africa è una rappresentazione tragica, e quando la catarsi è compiuta il sipario deve calare.

Poi ci sono le suore. Non sono proprio buone come i bianchi, perché 1) vivono con noi e quindi niente cocacole e 2) sono negre, però comunque sono buone e soprattutto hanno una cosa stupenda -guarda caso insegnata dai bianchi-, la speranza nel dopodomani. Nell’attesa del dopodomani dicono che dobbiamo “combattere ai nostri posti”. Sì, perché come la vuoi combattere una guerra se non rimanendo al tuo posto? Come vuoi andare da qualche parte se non restando incatenato a terra? In realtà, per fugare i dubbi dei più maliziosi, bisognerebbe fare un po’ di chiarezza sulle regole del gioco: si tratta di una guerra estetica, dove il premio va a chi combatte attenendosi maggiormente alle convenzioni di Ginevra e della Vergine, e non a chi nella realtà vince o perde o muore. Anche perché si può provare a vincere oggi, o al massimo domani, ma nel dopodomani si può solo sperare stesi ad occhi chiusi.

Infine ci sono i più buoni, gli ottimi, quelli in cui dobbiamo riporre la maggior parte delle nostre aspettative. Persone che nonostante siano già potenti ricche e salve, fanno nei loro paesi delle battaglie politiche in nostro favore. Battaglie stupende, in delle arene cruente per il velluto e accecanti per le cornici. In pratica (cioè in teoria) questi signori si battono perché i loro governi impotenti ci riconoscano legalmente il sacrosanto diritto di lasciare le nostre terre sporche e volgari, migrare nelle stive delle zattere e ottenere il prezioso documento. Dove si deve leggere chiaramente tra le righe che siamo lì per pulire i loro vetri in autostrada e le loro coscienze sulle scale delle chiese, per riunirci la domenica negli appositi parchetti, un tempo dei tossici, e mangiare l’happy meal senza riflettere sul nome. Pare siano nostri diritti, inalienabili, e noi li vogliamo (cong.) fortissimamente.

Il futuro è rosa per i rosa. Noi purtroppo siamo negri, e aspetteremo.


Epimenidi ribbelli

-In questo paese non c’è libertà di stampa.
Perdonami, quale paese?
-Il nostro.
Ah. Ma è il titolo del tuo ultimo editoriale.
-Sì.
Aspetta aspetta, mi pare che lo hai detto anche l’altra sera in trasmissione, sbaglio?
-No no, non sbagli. Forte eh?
Sì sì, come sempre.
-Beh vorrei vedere; in questo paese non c’è libertà di espressione.
Come?
-Dico, non c’è libertà di espressione.
Ah sì scusa, sono confuso.
-È il regime.
Non lo so.
-Lo so io.
Posso proporti un gioco?
-Mhm…sì, ok.
Prova a dire: “io sto in silenzio”
-Io sto in silenzio.
Ti ho sentito parlare.
-Eh ma dovevo dire…
Non ti preoccupare.
-Finito?
No, ora prova dire: “io non ho libertà di espressione”
-Io non ho libertà di espressione.
Hai detto qualcosa?
-Sì ma…
Hai detto qualcosa.
-È arrivato il maghetto del cazzo.
Ora mi stai anche criticando. La tua libertà di espressione è alla seconda.
-Sono confuso.
E’ il regime.
-Sei una merda.
Ora è cubica. Vuoi concludere il gioco?
-E dai…
Allora scrivi cento volte: “Dove c’è una vera dittatura, nessuno può gridare che essa ci sia”.
-Devo?
Se vuoi…

 

Smarks


Giochi?

Io camminava in modo goffo. Fin da vecchio aveva rifiutato lo sport. Sì perchè Io era nato vecchio, dicevano. E ormai ci credeva pure lui. La cosa  non lo infastidiva, per niente. Quella mattina per Io era una giornata speciale. Era il suo primo giorno di scuola. Io pensava tra sé che, anche se non c’era mai stato, a scuola, lui poteva correggere i maestri e destituirli; fare lui stesso lezione. Come parlava forbito, Io. Dopo tutto, vecchio com’era, lo canzonavano gli altri. Però  in cuor loro, perché solo quello in fin dei conti avevano, sapevano tutti che Io non era un presuntuoso. Com’è sensibile Io, dicevano tutti. Com’è profetico Io. Io, Io, Io. E pensare che aveva solo tre anni.

La ricreazione era ormai vicina. Io era impaziente di riflettere i suoi futuri amici. Ovviamente Io aveva ben riflettuto il concetto di amico, prima. E ancora prima il concetto di concetto. Aveva passato gran parte della lezione anche a riflettere l’aula ed il maestro, senza ascoltarlo, e già due tre saggi gli erano cresciuti nella testa.  Ora però si doveva tutti giocare. Io si avvicinò ad uno che aveva passato la lezione a cercare di scaldarsi a forza di peti. Faceva freddo freddo, e costui pensava che petandosi addosso un po’ di calduccio poteva salirgli tra i vestiti.  Io gli si avvicinò, e si presentò: “Piacere, Io” disse. “Piacere” rispose quello. Io gli concesse venti secondi, affinchè anche lui dicesse il suo nome. Ma il bimbo non proseguì. Io allora con pochissimo garbo gli chiese: “Potrei sapere come ti chiami?”.  “Non mi chiamo” disse il bimbo. Aveva davvero un viso da gonzo, notò Io. “Come è possibile che non ti chiami?” disse Io. “Non mi chiamo”. Io era incuriosito dal gonzo  sempre di più, così chiese: “Allora..cosa ti piace fare?” “Beh, io adoro mangiare; però in effetti mi piace anche respirare…ma il mio divertimento preferito è fare la cacca.” “Anche se mia mamma mi dice sempre che per il passatempo più bello però devo aspettare di diventare grande..per adesso so solo che si chiama riproduzione”.

Io tutte quelle cose le faceva da sempre, ma non se ne era mai accorto. Dell’ultima però, quella dei grandi, ne sapeva meno del gonzo. Almeno lui ne sapeva il nome. Così il gonzo chiese: “E tu? I tuoi interessi quali sono?” Che sguardo bovino che aveva, pensò Io, che rispose: “Io rifletto le persone e le cose”. Il gonzo fece la faccia da gonzo.  “Eppure sei diverso da uno specchio..”. “Ma noo, io rifletto nel senso che penso alle cose e alle persone. Penso al mondo.” Ed il gonzo: “Mi sembra una cosa da grandi. Anzi, da vecchi..”. “Si, forse lo è..” disse Io, che intanto mi chiedeva se per piacere potevo chiamare il gonzo ‘()’. In effetti almeno due parentesi se le meritava, pensai. Da quella mattina Io e () giocarono sempre insieme. () mangiava e petava per tutti, che ridevano e ridevano. Io rifletteva le risate di tutti, in particolare quelle di Arte e Potere, due bambini molto eccentrici.  Io aveva avuto fin da subito una strana sensazione però: era come se lui non giocasse. Il tempo passava, e lui si sentiva sempre più di esserne indipendente, dal gioco. Di questo ad un certo punto ne fece vanto, procurandosi così le prime antipatie. Per la prima volta però si basava su una sensazione. Non rifletteva di riflettere.

Fu però la maestra, Storia, che un mattino lo prese  da una parte, e, dopo essersi congratulata, sarcastica, con () dell’ennesimo peto a freddo,  gli disse che lei lo avrebbe considerato come tutti gli altri. Che non doveva illudersi.  Che per lei anche lui aveva giocato. E soprattutto, che come lui ce ne sarebbero stati altri. E che anche tutti loro avrebbero giocato. Suonò la campanella.
Era, di nuovo, ricreazione.

Smarks


Marciapiedi di limone e auguri di natale

È venuto un mio amichetto alieno a visitarmi, in questi giorni che non ho avuto scuola. Abbiamo fatto un giretto per le vetrine dell’Occidente dei negozi. Stamattina ho sfogliato il suo diario segreto, e c’era scritto:

Santo Natale 2010, Terra:                                                                                                         Alla duemiliardesima scena del film in cui il padre divorziato del bambino handicappato sordomutocieco chiederà quasi seriamente meravigliato alla maestra volontaria di suo figlio: “Perché lo fa?”, invece del silenzio sornione scaricabile da iTunes, lei cinica con sorrisetto lapidario nel senso di lapide: “Perché mi illudo che le mie ceneri siano un giorno un po’ più pregiate della polvere, e invece neanche quello.”

Questo pianeta, oggi, prima che nichilista e annichilente, è soprattutto nichileunte.


Favole per anziani #2

C’è questo Matteo. Matteo è bravissimo a fare lancette di orologi da polso, ma bravo davvero. È da quando era ragazzino che ha smesso di studiare per iniziare a fare lancette. Si è proprio specializzato in lancette. Oltre a farle molto funzionali, ergonomiche, giovanili, le fa anche molto carine. Hauncertogustodiciamo. Però solo per le lancette, di altro non sa.

Poi c’è questo Marco. Marco si occupa da sempre di vetrini di orologi da polso. Da piccolissimo era stato a bottega da un maestro vetraio, molto vecchio e anche molto all’antica, tuttora molto sconosciuto. Il maestro faceva vetri di tutti i tipi, una volta gli avevano addirittura chiesto di vetrare una casa intera e lui effettivamente l’aveva riempita di vetri di tutte le forme, colorati, incolori, diversi. Era diventata un’opera d’arte, unica. Ma comunque, un bel giorno, Marco lasciò il maestro perché si voleva specializzare. E all’inizio i vetrini di orologi da polso non è che proprio lo entusiasmassero, però dopo qualche secolo già diceva che amava il suo lavoro, che non avrebbe potuto fare altro nella vita.

Luca invece è uno specialista negli ingranaggi di orologi da polso. Da bambino sapeva anche leggere, scriveva un po’ male ma scriveva. Poi decisero che era un appassionato di ingranaggi, e in effetti avevano deciso che ne era veramente appassionato, e quindi andò in quell’officina a fare quegli ingranaggi. Inutile dire che oggi è diventato un professionista. I suoi meccanismi, le sue rotelle, vanno perfettamente d’accordo, perdono un secondo ogni 10000 anni, ma solo a volte, ed eventualmente si autocastigano. Spesso accelerano da sole, per recuperare tempo dal tempo. Veramente bravi componenti, non c’è che dire. E Luca lo sa, e nella misura in cui gli è concesso ne va molto fiero.

Poi ci sarebbe Giovanni. Non sa fare niente di preciso, sa fare qualcosina, ma male, lentamente. Giovanni sa solo guardare, da fuori, dall’alto, dall’altro. E dice sempre che a lui, questi orologi, gli fanno schifo.


Ricetta

Ricetta del Natale:

Prendere un senso di vuoto, la mattina presto, quando ancora non è autocosciente, ed edulcolorarlo abbondantemente con vernice rossa (cancerogena o comunque tossica).

Fornire e sottrarre calore attraverso Δt tra T atmosferica, T centro commerciale, T parcheggio,        T focolare domestico.

Lasciar mentecare.

Servire fredda. Così l’anno prossimo non imparate.


PierFilippiche

Postulato che noi antarchici non siamo coinvolti in passioni umane, ma siamo condannati a comprendere il tutto

e

Premesso che non è certo questo il luogo di ciarlare dell’adorato politicame e che perciò eventi del genere si verificheranno molto raramente,

E’ molto gettonata (circa 15mila euro al mese), di questi tempi, la filastrocca “no alla politica dell’odio, no all’antiberlusconismo fine a sé stesso, dobbiamo trattare coi nostri avversari politici (pluralia maiestatis)”.

Chiederei gentilmente il perché. Perché bisogna trattare con un aspirante dittatore? Perché non si può odiare o antiberlusconeggiare un ducetto?

Risposta: perché siamo in una democrazia.

Chiosa: Siamo in una democrazia malata. Glissando su molti e profondissimi dubbi riguardo la radicatezza del nostro attuale sistema democratico, o occidentale in genere,stabiliamo che oggi Berlusconi sia il nostro unico problema. Non solo, fingiamo anche che il problema sia solo legato agli aspetti giudiziari e morali di Berlusconi, senza badare al fatto che sia un imprenditore e possieda le tre più seguite emittenti televisive nazionali private.

Impostiamo dunque la resistenza, lo scontro, esclusivamente su questo flusso (ingente e variegato, per carità) di scandali. Meglio ancora, andiamo a combattere (anche se una volta in guerra si dimagriva) nel campo del nemico, facciamo programmi televisivi, urliamo, scriviamo giornaletti, gossippiamo. Chiediamo ai politici di opposizione “carisma”, e non capacità dialettica, né tantomeno perizia o ideologia. Un giorno gridiamo “vorresti farti rappresentare da un mafioso”, il giorno dopo “da un puttaniere”, poi “corruttore”, poi “pedofilo”, poi “massone”. Generiamo nel popolo la scandalizzazione. La scandalizzazione, purtroppo, appartiene al campo delle passioni. E come tutte le passioni (tranne l’amore matrimoniale) è destinata a scemare. Ciò che ne resterà sarà solo la scusa ideale per approdare al più improvvisato, bieco e superficiale qualunquismo.

Ma dopotutto, sarebbe giusto chiederci, a chi stiamo urlando? Al rampante infimoborghese del novantesimo minuto. Che su queste basi, secondo noi, dovrebbe condannare il suo eroe, colui che gli dà la forza di continuare a fare pesi in palestra e la ceretta nel culo, metti caso la Ruota della fortuna si giri proprio dalle sue parti. Al cattolico della domenica di pasqua degli anni bisestili, uno che con lo scandalo ci convive (a conferma di ciò) da sempre. E’ evidente, ed evidenziato ricorrentemente dalla pagliacciata elettorale, che tutto ciò non gioverà.

Ma da dove nasce questo aberrante personaggio che frustra ogni nostro tentativo di interagire? Nasce dal Grande Fratello, cresce con Uomini e Donne di qualsiasi gradazione tra i due sessi aborigeni, crede in Verissimo, legge il Tg4.

E cosa fare allora? Scartato il suicidio, che comunque noi scriventi consigliamo almeno di valutare seriamente, che si elevi il discorso. Che si ripristini la logica. Che si restituisca il significante al significato. Si vada casa per casa a insegnare il linguaggio e la geometria sui quali fondare tutti i ragionamenti sui quali fondare la discussione politica. Se qualcuno potrà riscattarsi veramente, in tutte le sue funzioni, sarà solo in questo modo. Una volta riottenuti i propri mezzi discernitivi, gli risulterà evidente l’incompossibilità di un imprenditore/plasmatore di ominidi e un incarico di governo in una democrazia. Sarà allora la sua stessa ragione a costringerlo a odiare il paradosso. Sarà la sua stessa ragione -senza aver bisogno di sapere di Ruby, D’addario, Mills, Mangano, Bunga, Bondi, delegando anzi la magistratura ad interessarsi di tanta povertà spirituale- ad obbligarlo a odiare il presidente del consiglio Silvio Berlusconi.


untitled #1

Staremo sempre dalla parte dei più deboli, soprattutto se si tratta dei nostri schiavi.

(se non sapete neanche l’arabo cliccate “cc” in basso a destra del player)