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Perchè Sanremo è Sanremo™?

Ogni anno va in scena il teatrino di Sanremo, con il suo gettonatissimo Festival della Canzone Italiana. E ogni anno, inesorabilmente, si accende una piccola scintilla sommersa immediatamente da un polverone mediatico, tanto accuratamente fitto quanto fuori fuoco.

Sanremo è la summa di un’impostazione monopolistica e totalitarista della televisione -in questo caso- italiana. È l’emblema di come l’arte, specie quando proiettata forzatamente nel cervello, senza beneficio del dubbio, per quattro lunghe ore dopo una lunga giornata di lavoro, è già sempre politica.

Per questo motivo, è ingenuo pensare che non intervengano contestatori durante la serata – per quanto quelli di ieri fossero beceri spettatori che invocavano beatamente il paradosso del “Basta Politica!”, peraltro solo mentre entrava in scena un comico, e non già quando dal primo minuto a presentare c’era un ebete valvassore del culturame moderatamente sinistrorso; o meglio, è folle.

È folle il tentativo di creare una trasmissione televisiva nazionalpopolare per mandare in eurovisione un tenero segnale di (malintesa) ‘unità nazionale’, e per mandare in Italia un liquido e rassicurante memorandum di unità nel consumo; o meglio, è criminale.

É criminale cercare di appianare 60 milioni di coscienze, culture, ideologie, e farle passare tutte attraverso l’imbuto del conduttore più in voga del momento, con i cantanti più in voga del momento, e la cabarettista irriverente più irriverente del momento. O meglio, è fascista.

La televisione pubblica monopolista non può esistere se non oscurando, asfissiando, devastando tutto ciò che non riesce nè vuole rappresentare. Eppure questa televisione esiste, ed opera da 59 anni.

Perchè “La Rai sei tu”, ma è anche il degrado che ti sta intorno. Buon Sanremo a tutti.

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I Paesi “non-allineati” come alternativa al mondialismo

“Grazie a Dio si può tornare indietro./Anzi, si deve tornare indietro./Anche se occorre un coraggio che chi va avanti non conosce.”. Con queste parole Pier Paolo Pasolini parlava del mondo consumista, quando questo già lasciava intravedere – sebbene agli occhi di pochi – la sua potenza devastatrice. “C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti: è l’ideologia del consumo. Uno prende una posizione ideologica fascista, un altro adotta una posizione ideologica antifascista, ma entrambi, davanti alle loro ideologie, hanno un terreno comune, che è l’ideologia del consumismo. (…)Ora che posso fare un paragone, mi sono reso conto di una cosa che scandalizzerà i più, e che avrebbe scandalizzato anche me, appena 10 anni fa. Che la povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Cioè, il gran male dell’uomo non consiste né nella povertà, né nello sfruttamento, ma nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo”.

Se sia realmente possibile “tornare indietro”, tornare ad una seria umanità, è difficile prevedere. C’è da dire però che noi occidentali non ci stiamo neanche provando. Anzi, ben radicati sul nostro binario morto del turbocapitalismo monopolista e neocoloniale, l’efficientissimo motore del consumo, tentiamo addirittura di fare ulteriori passi avanti nella discesa verso il raggiungimento della bestia. E sarebbe in effetti impensabile assistere ad una seria e profonda ammissione di colpa, da parte di una cultura così egocentrica come quella europea, che preferirebbe – anzi preferisce – il suicidio piuttosto che il pentimento. Eppure, in altre parti del mondo, c’è qualcuno che sta almeno esplorando nuove vie: si tratta ad esempio dei paesi del Sud America, che “grazie” alle loro vicissitudini storiche comuni – prima delle quali lo spudorato asservimento fino a tempi recenti agli Stati Uniti d’America – iniziano a deviare la rotta rispetto all’orbita liberista occidentale. Venezuela, Cuba, Ecuador, Bolivia, Argentina, Nicaragua, Brasile: ognuno con le sue peculiarità, ognuno con la sua storia di emancipazione dal colonialismo, ognuno con le sue difficoltà interne. Però tutti con l’obiettivo primario di ritagliarsi un “ruolo” – che nella geopolitica è sinonimo di “indipendenza” – sul palcoscenico mondiale, attraverso una solidarietà reciproca che passa per le varie realtà “non-allineate” del nuovo millennio: Cina, Sud Africa, Siria, Russia, Iran, India.

“Brics”, vengono definiti; “mattoncini” per tentare di costruire poli alternativi a quello statunitense; sinergia di economie per abbattere il monopolio di quelli che un tempo furono i “garanti del libero mercato”. Perché uno degli effetti boomerang dell’istituzione del villaggio globale, è che ogni giorno ci viene sbattuto in faccia il costo effettivo del nostro monopolio di libertà. Milioni di nuovi schiavi migrano cercando di sfuggire al loro destino di “produttori low cost”, abbandonano le loro terre e vengono ad infoltire le fila dei nostri lavoratori precari: un prezzo sufficientemente disumano per ritenere questo sistema globalmente insostenibile. L’Occidente, culla della democrazia, fonte del Diritto e della Libertà, si sta confermando anche imbattuto leader di ipocrisia. D’altronde stiamo parlando di persone che predicano pace porgendo l’altra bomba, auspicano la democrazia imponendo governi fantoccio, offrono laicità in cambio di fanatismo del Feticcio. Moralismo, bieco nei confronti dell’altro e cieco nei confronti di sé stesso: a questo, e pochissimo altro, si sta autoriducendo l’universo occidentale.

Adesso, pensare che l’altro “schieramento” sia mosso da una omogenea e fondante volontà di ripristinare i veri valori dell’uomo, sarebbe ingenuo e superficiale. È però probabile che questo possa essere il risultato di una effettiva redistribuzione delle forze in gioco, accompagnata da una vera pluralità di soggetti geopolitici. Quello che invece sicuramente abbrutisce, e lo si constatata ogni giorno, è l’appiattimento di ogni differenza; l’omologazione, catalogazione e standardizzazione di ogni personalità in quanto potenziale oggetto di scambio nell’unico mercato esistente; la reductio ad mercem del mondo intero.  Per contrastare tutto ciò è necessaria una rivoluzione profonda, culturale: difficile. Eppure da qualche parte bisogna iniziare. Se dunque, per ora, la presenza di un banco è necessaria, finché questo deterrà anche il monopolio delle giocate nessun giocatore potrà mai prendere l’iniziativa, e questo è il “male assoluto”.  Scardinare il monopolio del banco diventa allora una questione di priorità.

Meta-berlusconiana-stasi

Berlusconi fa schifo: sesso, droga, Apicella, blablabla. E questo ce lo dicono tutti, Berlusconi compreso.

Ma fino a che profondità il ‘berlusconismo’ è penetrato nel nostro tessuto mentale? Chi può dirsi salvo?

In questa breve trattazione, chiameremo Berlusconismo Silviano (BSi) il fenomeno più “sputtanato” (si perdoni l’allusione): gli scandali sessuali, i collaboratori mafiosi, le corruzioni. Il Berlusconismo Subdolo (BSu) sarà invece quello più profondo: in buona sostanza, l’intreccio dei poteri mediatico economico e politico, insieme a tutto ciò che da questa unione è scaturito.

Un’altra scomponibilità dell’era Berlusconi riguarda i piani attoriali: da un lato c’è l’aspetto attivo, ovvero B. stesso, la sua persona e tutto il suo impero; dall’altro quello passivo, il contesto internazionale e italiano, dove mentre  il primo vedeva il blocco sovietico sgretolarsi davanti al colosso nordamericano, il secondo ammucchiava ciò che rimaneva dei vari apparati ideologici (già in profonda crisi), li gettava in un’unica brace transideologica e li dava in pasto alle fiamme del processo Mani Pulite.

Quello che è avvenuto durante l’era B., e quindi non solo per B. ma per tutto ciò che ci circondava e ci attraversava, è stato un generalizzato crollo delle vecchie ideologie, accompagnato (e accelerato dalla propaganda berlusconiana) da un’iniezione di sfiducia verso l’ideologia in sè. Ma come si fa ad avere sfiducia dell’ideologia? Si può prescindere dall’ideologia? In fondo, che cos’è l’ideologia?
Sono i nostri occhiali spaziotemporali, il filtro che abbiamo davanti alla corteccia cerebrale e attraverso cui percepiamo tutto il mondo. Illudendoci di poter togliere il filtro, e di accedere così alla ‘vera sensibilità’ delle cose, cediamo inconsciamente al monopolio culturale di chi ha creato negli anni filtri sempre più sottili (leggi subdoli) attraverso la tv, i cartelloni pubblicitari, internet, e tutto ciò che compone la categoria “media”.

L’apparente e sponsorizzatissima negazione di questo filtro, in realtà imprescindibile e im-mediato, è ciò che di più grave è successo negli ultimi venti anni. E se è vero che oggi non tutti vedono Uomini e Donne, o in molti vantano (quasi fosse un merito) un certo astio verso il Tg4, è molto meno vero che siamo sopravvissuti alla crisi ideologica.

Un esempio palpabile della contaminazione anche tra le file degli àristoi antiberlusconiani è che la maggior parte di essi, in questi giorni di paventato ‘ritorno in campo’, è prontamente tornata a urlare varie e variegate frasi, tutte perfettamente sintetizzabili in “Siamo antiberlusconisti. Tutto è meglio di Berlusconi. Vogliamo Monti”.

Analizzando questa posizione, emergono molte problematicità:

1)“Siamo antiberlusconisti. Ci autoetichettiamo subito: siamo dalla parte della ragione; siamo quelli che almeno sotto qualche aspetto ce l’hanno fatta (in questo caso si suppone sia quello culturale).
Abbiamo realizzato l’italian dream, ovvero un american dream ridimensionato sui confini di un liquido apprezzamento via social network di qualche facile status ironico “su quel vecchio puttaniere”.
Il nostro antiberlusconismo è così prioritario che andremo anche a Mediaset o sui libri Mondadori a sbandierarlo.”

2)”Tutto è meglio di Berlusconi. Non vogliamo neanche parlarne, la politica si fa con gli slogan, anche perchè per argomentare sono richiesti tempo e conoscenza, lussi che in questa postmodernità non vogliamo nè possiamo permetterci.”

3)”Vogliamo Monti. I sacrifici sono necessari, la crisi è mondiale, la luce è in fondo al tunnel. Rinunciamo pienamente alla nostra sovranità, sul nostro paese ma innanzitutto sulla nostra persona e i suoi strumenti cognitivi. Rinunciamo alla ricerca della verità, abbracciamo parole altrui e le cavalchiamo ferocemente senza mai chiederci nulla sulla fondatezza di questi millantati problemi e sullo schema ideologico con cui si cerca di risolverli.”

Piccole epifanie di una grande tragedia sommersa: un popolino che per seguire la moda dell’anti-BSi, si trova a camminare precisamente nel percorso preparatogli dal BSu.
E Berlusconi questo lo sa: c’è addirittura l’ipotesi che la minaccia del suo ritorno dovesse servire solo come spauracchio per quelli che ipotizzavano un futuro prossimo diverso da un ‘perseverare tecnico’.

Certo, probabilmente questa è solo una fantasia complottista, ma resta il fatto che se riconosciamo che il vero trauma che B. ha inflitto all’Italia riguarda il BSu, allora questoantiberlusconismo montista fa ridere.
Se c’è qualcuno che ha criticato il conflitto di interessi di B. e non si accorge di quello di Monti, allora è un subumano. Se c’è qualcuno che valuta il proprio governo in base a criteri di sobrietà o presentabilità, allora è un demente. Se c’è qualcuno che crede che non bisogna esprimere il voto popolare per non spaventare i mercati, allora è un analfabeta.

Qualsiasi posizione ragionata non può prescindere dall’assunto che l’unico antiberlusconismocosciente è quello che rifiuta non il Berlusconi delle puttane, ma il Berlusconi del ‘nulla’, il BSu, e con lui tutto l’esercito del ‘nulla’, che va da Renzi a Monti ad Alfano passando per tutto l’arco parlamentare.

Non è facile ricominciare da ‘qualcosa’, ma prima o poi lo si dovrà fare.
Nel frattempo, nessuno dovrebbe dirsi contento di parteggiare per una sfumatura di ‘nulla’ più rosea, perchè la sostanza è la stessa che ha generato la crisi a tutti i livelli, e la sfumatura, semplicemente, non è.

Sulla geopolitica come scienza

L’insostenibile leggerezza dell’essere intellettuali ‘moderati’. Per un uso serio della scienza geopolitica

 

Dopo decenni di silenzio, è recentemente tornato di moda presso il ceto – più o meno – intellettuale riempirsi la bocca della ‘geopolitica’. Come ogni fenomeno di moda, però, viene spesso e volentieri tradita nella sua sostanza scientifica, e viene usata come mero ornamento, accessorio altisonante, che copre l’oratore di un certo fascino senza implicare particolari conseguenze né richiedere condizioni di utilizzo.

È la geopolitica da bar sport, “vera, per carità, ma fino a un certo punto”. Ove il certo punto è rappresentato da quelle altre categorie, del pensiero e molto spesso del ‘cuore’, ai quali in pochi si sentono ancora di rinunciare. Un po’ come la superstizione: tutti sanno che la sfiga non esiste, eppure pochi rinunciano ad una grattatina apotropaica quando si verificano eventi nefasti. Mutatis mutandis, il meccanismo psicologico che scatta contro la validità radicale – per definizione di scienza – delle analisi geopolitiche, a vantaggio di credenze fedeli o generici sentimenti, è esattamente uguale. Perché quello che gli intellettuali “superstiziosi” dimenticano, è che avere a che fare con una scienza significa abbracciarne tutta la portata: la geopolitica, come la biologia e la matematica, funziona univocamente. Come la scienza, è in continua evoluzione, ma i modelli esistenti verranno solo integrati e implementati, mai reinventati ex-novo. Come la scienza, non richiede né permette atti di fede sulla sua sequenzialità: parla a tutti, nessuno escluso; chi non ascolta, è ignorante.

D’altro canto, in quanto scienza non dà giudizi di valore, ma solo di forma. È come una macchina: per quanto potente e veloce, siamo noi a decidere punto di partenza e punto di arrivo. E ogni scienza è una macchina priva di contenuto morale. La biologia, ad esempio, ci fornisce determinate leggi che regolano la riproduzione delle cellule cancerose, ma sta al medico (attraverso la biologia) scegliere se guarire l’organismo o lasciare che venga invaso dal tumore. Questa scelta, prettamente ‘etica’, potrebbe sembrare banale, ma nella metafora geopolitica non lo è affatto. Quello che invece deve essere chiaro, fino a diventare ‘banale’, è che il medico deveessere consapevole e responsabile delle conseguenze, le quali, in virtù delle leggi che la scienza gli ha fornito, saranno unicamente funzione della sua scelta. Riportando la questione ai nostri giorni, l’unico aspetto geopolitico su cui si può seriamente discutere, evidentemente non riguarda la geopolitica in sè, ma la politica e l’ideologia, perchè mira alle premesse: Cosa è bene e cosa è male? Cosa è vita e cosa è morte?

Se siamo d’accordo sulle premesse, allora dovremo naturalmente essere d’accordo anche sulle azioni da intraprendere, perchè quelle le stabilisce la macchina geopolitica. Se concordiamo tutti sul fatto che il neocolonialismo, il consumismo sfrenato, l’Impero occidentale, siano facce di un sistema basato sullo sfruttamento, sull’ingiustizia, sull’imbarbarimento culturale, sull’appiattimento conformista verso il basso, allora la soluzione è il multipolarismo. E questa non è un’opinione, è la scienza a stabilirlo. Se pensiamo che questa situazione economico-politica sia globalmente insostenibile, perchè per ogni casa costruita in una parte del mondo dieci ne deve distruggere dall’altra, per ogni diritto umano elargito in diretta tv dieci ne deve schiacciare dietro le quinte del terzo mondo, per garantire ad uno la libertà di essere obeso costringe dieci alla fame nera; se condividiamo queste premesse, allora ogni secondo che indugiamo in questo soffice stallo ci rende criminali, e l’unica redenzione è nel perseguimento di reali obiettivi per uscirne. Se consideriamo l’imperialismo nordamericano, oggi, come il più grave e il più profondo dei mali, allora la geopolitica ci indicherà la via.

Viceversa, se partiamo da premesse diverse, si abbia il coraggio di ammetterlo. È legittimo, purchè sia manifesto e coerente. Perchè quello che proprio non può essere permesso, cari intellettuali “superstiziosi”, è il cerchiobottismo con cui condividete sbrigativamente l’analisi iniziale, ma non ve la sentite di seguire fino in fondo le conseguenze, in nome della Sacra Moderatezza e del profano – e inconscio, nel migliore dei casi – gongolarsi sopra il filo del vostro limbo beato. Ma tutto ciò, con ogni comprensione del caso, non può più essere permesso all’interno di un discorso onesto e serio. Piuttosto, sarete guardati col sorriso sarcastico e un po’ compassionevole di chi vede una signora, magari un po’ anziana, che passando sotto una scala si affretta a toccare un salvifico pezzo di ferro.

Carne da cannone: e il cannone non è neanche il vostro.

Satira e occidente: brevissima fenomenologia relazionale

Nel tempo in cui sono caduti tutti i tabù morali, il controllo delle coscienze ha subito un ‘regresso’ nella sua strada verso la raffinatezza, se non tecnico almeno estetico. Ove un tempo la coercizione avveniva nella coscienza umana, che veniva a conoscenza di “tutto” ma veniva guidata per mano nel momento dell’elaborazione, oggi il ‘sistema’ tende ad agire prima della coscienza: semplicemente, filtra alla fonte la realtà sensibile da mostrare.

D’altronde troppe rivoluzioni culturali sono avvenute, troppe sgargianti autorità sono state scacciate (e tacitamente rimpiazzate); se certe cose si venissero a sapere, se il bombardamento mediatico non fosse così fitto, le ‘coscienze liberate’ dell’occidente avrebbero un immediato e narcisistico sussulto, chiederebbero immediatamente giustizia, e non tanto per ottenere giustizia, quanto per non poter sopportare quella vista orrenda. Insomma, probabilmente sazierebbero la loro igiene coscienziale con un breve urletto, esaurito il quale tornerebbero al loro silenzioso posto, ma comunque avrebbero un – seppur minuscolo – momento di distrazione dalle Attività lineari. E ciò non va bene. Ed è per questo che le uniche catene interiori rimaste, cioè quelle – “sottilissime” quanto robustissime – del consumismo, sono state affiancate dalla grossolana macchina mediatica. Quello che non si può imporre di pensare, non deve neanche essere saputo; tutto ciò che si può sapere, deve potersi pensare solo in un determinato modo; (im)posto un determinato fatto, anche la coscienza più libera non può che arrivare ad una e una sola conclusione.

Mentre, dunque, nel precedente ‘momento’ la satira aveva il compito di mettere sotto una luce diversa i dati di pubblico dominio, oggi forse deve innanzitutto accenderla sui dati che vengono interamente oscurati. Se prima doveva liberare la coscienza, oggi deve liberare gli occhi e le orecchie.

La sfida della satira contemporanea è quindi duplice: da un lato colmare la ‘falla informativa’ causata dall’ignobile categoria dei giornalisti (si perdoni la generalizzazione), sempre più incapace di elevarsi sugli eventi, e sempre più intenta in un ridicolo, sterile, maniacale, gossippesco reportage di quel minuscolo spettro di realtà che le viene mostrato tramite biberon; dall’altro sostituire i vetusti satiri professionisti, (si riperdoni, v. sopra) parolacciai bestemmiatori che 40/50 anni fa rimasero stupiti dall’avanguardia di tanto turpiloquio, ma che si ostinano a non vedere (pena il dover correre all’ufficio di collocamento) che oggi qualsiasi dodicenne bestemmia e turpiloquia molto più di loro.

Se la satira libera, bisogna continuamente chiedersi da cosa si è trattenuti. Nel tempo in cui le bestemmie presidenziali vengono contestualizzate, ma le esportazioni di democrazia vanno cultualmente ossequiate, forse il guscio di schiavitù interiore ce lo stanno cominciando a costruire anche intorno.

La dittatura del nulla

Impazza, da qualche tempo, la mania della democrazia diretta. Tutti ne parlano, i nerds la likano, gli illetterati ne mugugnano, i politicanti ultracentocinquantenni si affrettano a cercare qualche nozione da far spiattellare su Twitter al giovane lavoratore in nero che gli gestisce l’account.

Ma siamo così sicuri che sia la sola e più importante cosa che ci manca? La democrazia diretta si oppone idealmente alla democrazia rappresentativa, nella quale il popolo si affida ad un ristrettonumero di persone teoricamente più qualificate per prendere decisioni collettive rispetto all’elettore medio. A rigore dunque, per scagliarsi contro questo sistema e pretendere un suo superamento, bisognerebbe aver superato i due limiti che lo rendevano necessario: il limite prettamente materiale – la quantità dei votanti – e il limite culturale – la maturità politica del popolo.

Il primo, secondo questa moda, sarebbe stato superato dall’avvento del web, lo strumento che ha addirittura rischiato di vincere il Nobel per la Pace (rubatogli poi da un altro strumento, dal design umanoide, chiamato ‘Barack Obama’). Mettendo da parte l’idiozia entusiasta delle persone che vorrebbero personificare un agglomerato di fili e dargli anche giudizi di valore (è bravo, è buono, vuole la pace) e prendendo in considerazione le sole potenzialità del web in quanto strumento, non si capisce comunque come questo possa realisticamente catalizzare tutto il dibattito democratico. 60 milioni di persone che parlano ogni giorno in un forum, dove ognuno dice la sua, generano un flusso medio di 694,44 opinioni al secondo, e forse il termine più adatto per descrivere questo flusso, più che ‘democrazia diretta’, potrebbe essere ‘caos’. Ove, a voler pensare male, sottomettere dall’esterno il caos è infinitamente più facile che sottomettere un organismo ordinato.

Il secondo problema, invece, ovvero la maturità politica dei cittadini, semplicemente non è più visto come un problema: semmai è una qualità. Non è questa la circostanza dove approfondire un tema così delicato, ma basti accennare – d’altronde è sotto gli occhi di tutti – che l’ideologia dominante è riuscita a porsi agli occhi dei consumatori non già come ideologia, ma come superamento di essa (violando eminentemente il buon vecchio ‘principio di non contraddizione’, che purtroppo su facebook non circola moltissimo). Tutto viene scollegato dal resto (di cui fa pur sempre, inesorabilmente, parte), si agisce senza sapere a cosa realmente si arriverà, “fare” e “saper fare” sono diventati nemici, perché chi fa è la ‘ggente’ mentre chi sa fare è la ‘kasta’. Perciò il primo che riesuma categorie del pensiero viene guardato con aria di sospetto, chi parla di cultura vuole sempre e solo rabbonire il popolo, chi cortesemente chiede informazioni sulla meta che si vuole raggiungere è un sabotatore provocatore.

Il paradosso è questo: dopo secoli di visione idilliaca della cultura, come mezzo per l’emancipazione dei sottomessi, si sta sviluppando un nuovo fenotipo di capo-popolo, il quale non ha più la forza di dire “istruiamoci per non essere raggirati dalla nostra stessa ignoranza”, ma urla “abbattiamo, con la violenza del numero di noi ignoranti, la cultura di quei singoli”. E certo che se è vero che l’universo tende al più basso livello di energia possibile, è più naturale che un comico dell’anti-politica ululi su un social network contro i parigrado politic-anti, piuttosto che inizi a studiare un libro per riprendere in mano le redini della società.

Sul diritto alla sicurezza – Favole per anziani #7

Ciao, sono un bambino.
Mio padre faceva il giornalista.
Mia madre la professoressa alle scuole medie.
Mio padre da piccolo era uno scout, poi ha lasciato.
Al lavoro si interessava di politica interna.
Legami istituzionali, accordi tra partiti, mazzette, brogli, scandali sessuali.
Mia madre a messa lasciava sempre 5 euro di offerta, sperando che andassero al parroco piuttosto che ai “poveri”.
Era una signora molto distinta.
Da piccola era andata a scuola dalle suore.
In spiaggia comprava spesso collanine e asciugamani dai marocchini. Però tirava sempre sul prezzo, a volte anche per ore, a volte anche per gioco.
Poi quando questi se ne andavano, parlando con le amiche sotto l’ombrellone, diceva “questi marocchini mi fanno paura, dovrebbero tornare al paese loro”.
Mio padre e mia madre erano amanti dell’ordine, di quest’ordine. Perché attraverso l’ordine riuscivano a sentirsi “sicuri”.

Mio padre e mia madre sono morti l’anno scorso, in un attentato.
Erano da Feltrinelli, stavano scegliendo un libro da regalare allo zio.
Poi un signore, alla cassa, è saltato in aria, e loro anche.
Nessuna rivendicazione, nessun filmino, nessun volantino, nessun youtube né al-jazeera.

Però il signore era iracheno.
Aveva un bambino e una bambina. 
Erano morti tutti e due, inseme alla mamma e ai nonni, durante un bombardamento nella guerra del 2003.
Il signore aveva provato a “ricominciare”, ma non c’era mai riuscito.
Il suo mondo interiore gli era stato asportato, quello esterno glielo avevano cambiato.

Io quando sarò grande non vorrò sentirmi “già sicuro”, perché la sicurezza non è un diritto.
La sicurezza è un diritto quando vige la giustizia.
E se la giustizia non è di questo mondo, è sciocco pretendere che vittime e carnefici vadano sottoposti entrambi alla stessa “giusta” legge.
Caro signore iracheno, nessuno tra i miei familiari ha bombardato la tua casa uccidendo i tuoi familiari, ma nessuno dei miei familiari ha mosso una foglia perché ciò non si verificasse.
Perciò io da grande non vorrò, non potrò sentirmi pienamente sicuro.
Io da grande spero solo di riuscire a rendere un po’ più giusto il mio sentirmi un po’ più sicuro.