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Sul mondo e sulla Siria

Che la rivolta siriana sia ormai stata abbondantemente infiltrata, sia fisicamente in loco che istituzionalmente, è sotto gli occhi di tutti. Se quindi all’inizio si poteva sperare (forse già con un pizzico di ingenuità, o almeno con moltissimo ottimismo) che un’eventuale svolta democratica “violenta” potesse portare ad un improvviso reale ottenimento di maggiore libertà, oggi tutti gli elementi di cui disponiamo fanno pensare che la caduta di Assad senza preoccuparsi di cosa verrà dopo è purtroppo l’ennesima ipocrisia dei think-tank dell’occidente, che in realtà sanno bene chi realmente andrebbe ad occupare lo scranno del potere e di quali libertà omaggerebbe il popolo siriano.

C’è però un altro aspetto che viene oggi affrontato in maniera marginale, ed è quello della disinformazione. Tutti ci rendiamo più o meno conto che le notizie che provengono dalla Siria sono in questo momento inaffidabili, perché è una guerra fortemente mediatica e non c’è nessun ‘metodo scientifico’ per verificare le fonti di entrambe le parti in conflitto. Dunque più o meno tutti (fatta eccezione della moltitudine di persone che si informano solo sui telegiornali) ci salviamo da questa disinformazione prendendo le notizie ‘con le pinze’. È possibile però che questo sia solo un primo livello di disinformazione, e che questa misura non sia l’unica da adottare per scampare alla macchina mediatica occidentale. Perché oltre a questa disinformazione puntuale e localizzata, questa mancanza e/o montatura bipartisan di notizie, c’è la più generale distrazione mediatica di cui tutti stiamo dimostrando di essere vittime incoscienti. Tutti abbiamo gli occhi puntati sulla Siria, tutti ci facciamo prendere dall’impietosimento, tutti ci scandalizziamo, e mai come in questo caso “chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato.” (PPP)

Si badi, non si tratta di essere cinici e ignorare la fratellanza ecumenica tra i popoli, ma di essere lucidi e rendersi conto che questa tenerezza eteroimposta, generata previo contratto da videomaker campioni di slow motion e professionisti del make-up al soldo delle major televisive, serve solo a far dimenticare tutti gli altri fronti di guerra o sfruttamento, tenuti opportunamente lontani dalle videocamere HD, che l’imperialismo continuamente apre e tiene aperti.

Per una solidarietà profonda e seria, che non nasca da emergenze umanitarie convocate ad orologeria ma dalla genuina e costante volontà di contribuire all’affrancamento e all’autodeterminazione dei popoli, dovremmo sforzarci di formulare e puntare verso sistemi globalmente sostenibili, ove ormai è evidente che l’impero occidentale (di cui colpevolmente facciamo parte) non lo sia.

Dunque l’invito è a ricominciare a leggere ideologicamente la realtà che ci circonda, che non vuol dire affatto rimanere rigidi sulle proprie idee e far quadrare la propria visione anche a costo di distorcere i fatti, ma semplicemente uscire dalla trappola gnoseologica secondo cui esistono posizioni super partes, assolutamente obiettive. Non si ceda a chi vuole beceri e compassionevoli spettatori di telefilm di guerra, incapaci di riflettere sulla trama che intanto si perpetua indisturbata.

La Siria sta subendo un’aggressione esterna che nulla ha a che spartire con le iniziali autentiche agitazioni popolari contro la dittatura di Assad, e se questa aggressione avesse buon fine i risultati per le singole persone sarebbero catastrofici (si confrontino Libia, Afghanistan, Iraq, Serbia, solo per citarne alcuni). Ma soprattutto, un altro fondamentale tassello geopolitico del puzzle Nato sarebbe conquistato, e ciò comporterebbe un ulteriore rafforzamento del sistema neocolonialista che è il principale nemico di tutte le nazioni che ancora nutrono velleità autonomiste e non prevaricatrici.

L’internazional-buonismo a progetto è l’ultima umiliazione inflitta alla coscienza strangolata dalla crisi d’identità. Riaffrontiamo la possibilità di un internazionalismo a tempo indeterminato. Riprendiamo l’iniziativa.

Che cos’è anarchia, che cos’è antarchia.

– Dott. Nessuno, ci illustri la sua posizione riguardo al movimento politico definito ‘anarchia’.

Non ho nessun rispetto per coloro che si definiscono ‘anarchici’, o almeno nella misura in cui questi soggetti rivendichino qualche risvolto ‘pratico’ dell’anarchia nella società. L’anarchia può essere una sacrosanta e affascinante posizione poetica, o eventualmente filosofica, ma mai politica. Richiedere dignità politica da parte di un anarchico equivarrebbe all’affermare di non saper niente dell’uomo, non aver mai sfogliato un libro di storia.

– In che senso?

Il potere, l’ordine, sono principi connaturati col mondo in cui viviamo, col recinto logico-spazio-temporale in cui ci è dato esistere. Il potere esiste già nelle cose e dentro di noi, insieme con l’ordine, la gerarchia; e questi esistono ben prima che noi possiamo dubitare della loro esistenza, o fantasticare di un loro abbattimento. Dunque negare la natura o pretendere di modificarla è mera utopia.

– E non si può essere utopisti?

Lo si può essere, ma con il rischio di essere disonesti con sé stessi e col mondo, soprattutto quando si vuole accostare ad un’utopia virtuale (legittimissima) un qualche sbocco reale. “L’utopia serve a camminare” (Glauco Benedetti, “Boris”), ma non si può pretendere di arrivarci veramente. Ad esempio, prendiamo lo Stato. Marx, il filosofo, teorizzava l’abolizione dello Stato – preceduta da un breve periodo preparatorio di “ultrastato” – congiuntamente all’avvento di un oltre-uomo capace di governarsi pacificamente senza costrizioni esterne. Ciò che è sfuggito ai lettori russi è che per superare l’ultrastato ed arrivare all’oltrestato c’era prima bisogno di superare l’uomo stesso. Eppure nessuno ha avuto l’onestà filologica di suicidarsi per far spazio ai futuri esemplari.

– Come si può sfuggire a questo ammaliante tranello?

Noi ci siamo schierati con l’antarchia. Oltre Don Chisciotte, oltre gli utopisti, dichiariamo di aver perso prima di combattere, e poi combattiamo.

– Potrebbe smetterla di fare il tenebroso, e spiegarsi meglio?

L’antarchia, avendo studiato la logica, la psiche umana, la storia e la geografia, non contempla l’abbattimento del potere, ma semplicemente si schiera sul fronte opposto. Noi antarchici conduciamo una sanguinaria lotta di autologoramento. Se l’utopista è ingenuo e incosciente, l’antarchico è saggio e cosciente. La sua è guerra per la guerra.

– Dunque come si distingue un utopista da un antarchico?

Esteriormente da nulla. La differenza è all’interno, nel movente. L’utopia combatte con l’intenzione (illusoria) di ottenere qualcosa, di sconfiggere almeno una parte del nemico; l’antarchia postula la sua sconfitta a priori, eppure non rinuncia al suo conatus battagliero.

– Cosa consiglia agli anarchici e a tutti gli utopisti?

Di svegliarsi, di guardarsi intorno, e di scegliere: calarsi nel mondo a sporcarsi veramente le mani, contrattare, compromettersi, per avanzare di qualche passo verso il momentaneo traguardo; oppure salire qui sul monte, a guardare tutto, e morire per mancanza di ossigeno e sovrabbondanza di lacrime.

Untitled #5

Gli organismi più autosufficienti sono quelli morti.

La disinformazione ci ha dato un bel mestiere

Finchè cultura e informazione verranno sempre più allontanate e contrapposte. Finchè l’informazione sarà sempre più nozione, e la cultura sempre più pippa mentale. Finchè la coscienza sarà lavabile anche solo con la mera conoscenza di meri accadimenti. Finchè i fatti verranno freddamente elencati dai giornalieri mediatici, apparentemente senza nessun legame di causa-effetto. Finchè ci scandalizzeremo dei fatti e saremo talmente accecati dallo spettacolo da non riuscire a meditare. Finchè i suddetti giornalieri, e le loro basi teoriche, useranno come arma bianca l’utopico paradigma mentale di “obiettività d’informazione”, e l’uditorio non si ribellerà a questa paradossale messinscena.

Non sarà possibile dubitare delle fonti. Saremo sempre e solo recipienti, vuoti ma anche informi, pronti ad accettare qualsiasi dato. Menti amebiche continuamente riplasmabili. Non avremo nessuno criterio –né motivo- per sospettare, indagare e approfondire. Verremo schiacciati dalla macchina mediatica del potente di turno, perché non avremo nessuna base culturale attraverso cui filtrare e valutare le sue innumerevoli ‘informazioni’. Ci rilasseremo nella scusa del limite umano della conoscenza, dimenticandoci della nostra illimitata capacità di comprensione.

Informarsi non è già resistere.

Capire è sapere e pensare. E, forse, capire è già un po’ resistere.

Epifanie di una post-modernità

Vedi caro amico, si sta rimanifestando sotto i nostri occhi, adesso. La social-ità a volte si palesa più evidentemente del solito.

“Che bellezza, Patti Smith e Cristiano Godano insieme al festival di Sanremo. Sono fiero di essere italiano nonostante la crisi, adoro ascoltare gli anziani, mi lavo poco ma sorrido molto alla vita.”

“Gianni Morandi va a Sanremo solo perché gli piacciono i fiori su cui cacano i cani. Belen è una zoccola. Io guardo il festival solo per criticarlo, i miei interessi sono ben altri, guarda questa foto su hipstamatic, si chiama “Batuffolo, Rotondità”, #PeliconLana su #ombelico, 2012, inverno.”

“Siete dei coglioni, guardate il festival per fare i fichetti schizzinosi e non vi rendete conto che state perdendo tempo con queste stronzate mentre io invece che lo sto perdendo con quelli che lo perdono con le stronzate no perché me lo sgravano dalle tasse perché sono libero professionista e inoltre ho un ritorno in stima presso i miei colleghi sdupidi che si emozionano quando uno dice le parolacce.”

Caro amico, il problema non è il contenuto, che ovviamente è identico nei tre casi e comunque non dipende dalle formichine che lo decantano ma è imposto dal mondo circostante. Il problema è la forma. Nessuno si preoccupa di dire ai giovani che la serietà è un lusso che non ci possiamo più permettere, e non nel senso che è troppo onerosa, ma nel senso che è impossibile pensarla. Nessuno gli spiega che qualsiasi cosa si dica oggi con la faccia seria cade in contraddizione. Nessuno li educa all’unica espressione facciale onesta che ci è concessa, il sorrisetto  -meramente ebete o profondamente drammatico o demenziale che sia-. Sostengono ancora seriamente (seriamente?) le loro tesi, fanno a botte con la boccuccia imbronciata e la fronte corrugata. Credono ancora tutti nella credibilità assoluta, nella veridicità assoluta, e nella loro presenza tra di noi, qui, nel 2012. Ma dove vive la gente, caro amico?

L’innaturale processo di polipartizione – Favole per anziani #6

Era così facile fare il tema della mano destra. Chiave di violino, pochi calcoli, poche biforcazioni degli occhi. Aveva anche una sua bellezza, forse un po’ puerile, quella musichetta semplice. Molta soddisfazione con poco sforzo. Anche davanti agli amici, che non si intendevano affatto di musica, bastava far sentire quello per sembrare un gran pianista.

E invece no. Sapeva che una mano sola non bastava, che il motivetto principale non era lo spartito intero. Lo spartito intero esigeva almeno due mani, se non quattro, se non otto. E suonarlo esigeva uno sforzo mostruoso, sovrumano. Avere occhi per ogni pentagramma, e analizzare gli impulsi visivi di ogni pentagramma con parti differenti del cervello, ognuna impostata su una chiave. E sovrapporre tutto, senza mischiare, e gestire i nervi motori di due mani e due piedi ognuno impegnato in un movimento diverso dagli altri. E poi una memoria incredibile, pagine e pagine da imparare, ma anche la capacità di rielaborare ad ogni esecuzione tutte quelle note, e reinterpretarle a seconda dello stato d’animo, dell’atmosfera, del pubblico, di tutto.

Eh sì, per raccontare il suo spartito servivano moltissime cose. Poteva anche avere la mano destra più agile del mondo, ma quella da sola non sarebbe servita a nulla, sarebbe stato solo un tecnico. Magari con quella e un testone riccioluto poteva andare a fare il buffone in qualche show televisivo di avanspettacolo, ma la cosa non lo interessava granché, e poi i capelli li aveva lasciati quasi tutti sotto lo sgabello.

Ebbene, ora aveva perso tempo e capelli, però almeno li aveva persi bene perché riusciva ad eseguire il suo spartito. Ma in realtà era ancora poco, la cosa non lo soddisfaceva appieno, e sorrideva di un riso amaro, consapevole. “Perché un singolo spartito è ancora un pezzettino in un’orchestra sterminata, fiati, archi, percussioni, solisti, tutti intenti a descrivere le varie sfaccettature dell’intera sinfonia. E seguire tutti questi elementi, raccordarli e unirli in un unico grande movimento è impresa ardua. Saper leggere mille informazioni insieme, e riuscirle a recepire e ritrasmettere ognuna secondo un certo punto di vista, è cosa da pochi. Ri-ottenere l’unica verità, ri-produrre la bellezza,
ri-comporre un’opera d’arte, è una cosa da maestri. E di maestri ormai ne nascono pochi e ne sopravvivono pochissimi, e di quelli che muoiono si conservano solo le bacchette. Le quali però, senza maestria, diventano bastoni.”

 

Non deconcentratevi su una sola cosa, “una cosa per volta”. Concentratevi attentamente sul tutto, tutto insieme. Dilaniatevi contenti.

Il crepuscolo della trascendenza

Dovrò rassegnarmi, prima o poi. Non mi sarà concesso un quadro unitario della mia epoca, così come è assai probabile che nomi e atti di questi anni figureranno sui libri scolastici venturi come ancora immersi in atmosfere rarefatte quanto quelle attuali. In questa età di palpabile incoscienza, io mi trovo a richiedere con forza ciò che mi è più distante per fisionomia e odore: dei fatti. è una sensazione detestabile poter intuire la soglia di informazione che la Rete stessa, proprio nel suo porsi illimitata, mi ha disvelato. Non possiedo la totalità degli elementi esplicativi di un paesaggio che nella sua assoluta mondanità trascende la mia finita immaginazione.

La crisi dell’Europa è prima una crisi dell’autorità, e poi una crisi economica; è, nel suo più remoto significato, una crisi della trascendenza. Non posso nascondere la meraviglia che provo nel constatare giornalmente la perizia con cui descriviamo i nostri errori, la minuzia con cui analizziamo i nostri fallimenti finanziari. Mi è difficile sopportare la compassione che provo per la cecità di un popolo che non sa domandare la causa del suo impoverimento totale. E d’altra parte, mi rimprovero con la stessa severità quanto sia stupido solo pensare che una condizione così terminale possa generare domande di una tale vitalità. La causa, ciò che la descrizione dell’effetto non può in alcun modo illuminare; torno così al mio desiderio di informazione, e ritrovo che la mia stessa tensione giace alle pendici di ciò a cui dovrei anelare. Pendici lontanissime dalla cima della retta comprensione degli eventi. E mi è così difficile spogliarmi della vocazione persecutoria e sensazionale a cui l’odierna informazione si è consegnata; forse anche io, come quegli intellettuali declassatisi a giudici o affini, mi accontento di responsabilità carnali, quanto più precise possibile. Eppure, so perfettamente che ciò a cui tendo non è che la più bieca declinazione che la causa possa avere: il suo darsi come materiale ed efficiente.

Il mondo occidentale ha perduto ogni riferimento alla trascendenza dell’autorità e del Potere. è stato in grado di svuotare gradualmente le proprie istituzioni, di delegittimare con le sue stesse mani le ideologie e le forze politiche radicate nei suoi territori. Le ideologie, queste entità di natura diversissima dalla verità eppur così carezzevoli delle istanze degli uomini, delle loro ansie, dei loro diritti. Le forze politiche, coniugate alle prime, capaci di assumersi l’impegno di una risposta progettuale e quanto più possibile onnicomprensiva. L’odierna rappresentanza intellettuale ed accademica ha devastato la legittimità della dimensione religiosa, universalizzando la massima illuministica nella veste del più arido dei razionalismi. Le moltitudini hanno semplicemente perduto ogni riferimento all’esistenza di un mondo ordinato, ritrovandosi così a calcolare ogni proprio attimo, alla stregua di un animale atterrito. Le opposizioni ufficiali, le stesse che anelano all’altermondo finale, esigono la redistribuzione del denaro, del reddito, del denaro, del reddito, e così via. La sola cantilena brutale che sono in grado di ripetere intima di riprendersi tutto ciò che è loro stato tolto. Tolto da altri animali, più furbi e più scaltri. Così all’avidità si replica con l’elemosina gridata, con la rabbia della riappropriazione delle cose, del subitaneo “qui” ed “ora” – quando non si è più in grado di capire che ciò che abbiamo dimesso, tutti, è proprio il carattere finale delle nostra vita collettiva, delle nostre stesse istituzioni.

La crisi dell’Europa è una crisi culturale, e poi una crisi economica. L’azione rivoluzionaria che ha predominato gli ultimi decenni si è imperniata su filosofie e pseudosociologie tanto complesse quanto miopi, incapaci di distinguere l’umanità in tutti i suoi appetiti dalle libere finzioni della fantasia. Non esiste alcun Potere dei consumi; non esiste alcun Potere dei media. Non esiste alcun controllo delle coscienze; non esiste dominio dell’ignoranza. Non esiste nella misura in cui gli si attribuisce la funzione costitutiva dell’attuale essere dell’uomo. Questo dominio è virtuale, chimerico, immaginario. Il Potere, l’Autorità, l’ordinamento e la conduzione delle coscienze rappresentano poli esattamente contrari all’attuale stato brado in cui versa il mondo civilizzato. Ciò che è stato disegnato come il dominio non è che la più invisibile forma di Anarchia che sia mai esistita. L’inversione logica si è palesata come visione autentica: la biopolitica, il biopotere, sono tuttora i termini guida di una crisi culturale che trova le sue radici nella misconoscenza dell’umanità dell’uomo, della sua debolezza e finitudine, e del suo essersi lasciato a sé. Che qualcosa si impadronisca della vita, ne regoli i più bassi desideri, non esprime che l’idea ribaltata di una molteplicità di desideri finalmente attuali, di uno sviluppo naturale della tendenza dell’individuo a perseguire il suo piacere più istantaneo. Banalità antichissime, oggi dimenticate. Con la scomparsa dell’Autorità, il Potere scompare nelle singole brame animali di noi tutti – le stesse che si traducono nell’attuale società dei consumi, della speculazione finanziaria, dello spettacolo sfrenato.

Dietro le luci del più complicato assetto economico e commerciale della sua storia, l’uomo riposa in realtà nella sua più immediata forma di esistenza. Lavora per mangiare, mangia per spendere, spende per godere, gode per lavorare. Atti umani, e tuttavia cadenzati dalla più ferina delle disposizioni, quella che tende all’utile senza esserne cosciente. Atti per nulla illuminati da un principio di guida, scevri anche di quella forma più arcaica di ethos famigliare e sociale. Ciò che nelle menti dei teorici si dà come fine pragmatismo, nelle coscienze delle moltitudini non è in alcun modo presente; l’utile che le governa è naturale, precede qualsiasi formulazione teorica, qualsiasi elevazione a massima o orientamento esistenziale. È paura, piacere, ancora paura, intricati l’uno nell’altro in un groviglio passionale che si dilegua nell’abisso dell’inconscio.

L’Occidente non è ateo, non ha mai proclamato il rifiuto di Dio; più mediocremente, non lo conosce più, così come non conosce più la Trascendenza e l’Autorità. Lasciatosi dietro di sé le aberrazioni della politica della potenza, della vuota autorità del totalitarismo, del superomismo frainteso, il ceto spirituale non vi ha sostituito la potenza della politica, la piena autorità delle istituzioni, la responsabilità civica e sociale. Ha confuso stupidamente tradizione e bigottismo, ha confinato le chiese nell’alveo della perdizione e della minorità. Ha privato la Cristianità, e il correlato apparato secolare, del suo ruolo conservativo, della sua legittimità di badare a quell’umanità incapace di conseguire una libertà piena ed autonoma.

In questi giorni, le forze progressiste italiane continuano ad offrire proclami formali, delegando involontariamente la difesa del lavoro agli stessi incolti separatisti a cui si oppongono. Gli unici rimasti a difendere le integrità economiche nazionali sono nostalgici fuori dalla storia e dalla ragione democratica. I soli che nominano la Patria la rivestono di violenza e discriminazione. Coloro che difendono la famiglia sono i primi artefici del suo processo degenerativo. Dio è solo una pausa tra l’adempimento del proprio esercizio anarchico e sensuale.

L’Europa risponde alla sua decadenza concedendo attenzione all’unico lato che è in grado di osservare, quello economico. Affida così la sua sanità ad animali non furbi e rapaci, ma intelligenti – e tuttavia, pur sempre animali. Gli stessi che per definizione leniranno la ferita, ma che non saranno nemmeno in grado di penetrarne la causa. Gli stessi che ci suggeriscono, senza saperlo affatto, che il fallimento riguarda prima di tutto proprio chi la causa la poteva da sempre cogliere, ma non ha fatto nulla per impedirne il compimento.

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